Il Cavaliere Oscuro, il Ritorno e la dialettica cittadino-società

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di MATTEO SARLO

È la prima di The Dark Knight Rises. Le cinque di pomeriggio e il cinema Trianon pare un spiaggia di dicembre. Gli ombrelloni chiusi e solo le onde che destabilizzano la sabbia non calpestata. È cosi distante dal clima di euforia di quell’anteprima a Denver. Era mezzanotte e un ragazzo di 24 anni ha sparato irrazionalmente sulla folla dopo circa 30 minuti di film. Pare che alcuni abbiano impiegato tempo a distinguere la realtà dalla figurazione; gli spari reali e non cinematografici che li avrebbero trafitti così illogicamente. Era persino vestito da Bane, il cattivo, con una maschera sulla bocca (guarda il trailer ufficiale di Il Cavaliere Oscuro, il Ritorno).

“I knew Harvey Dent…” queste le parole pronunciate all’inizio del film da Gary Oldman nella parte del Commissario Gordon. Il volto che sembra non essere mai stato giovane. In tasca, le pagine segrete, la verità su Harvey, sulla sua morte, che macchia e sgualcisce il simbolo di onestà e non-contaminazione agli occhi di Gotham. Il terzo capitolo della saga di Batman chiude la trilogia del regista anglo-americano Cristopher Nolan. La prima sequenza cade all’insegna di un principio di continuità che scalza via ogni occhio non attento a entrambi i film precedenti. Ha ragione Anthony Lane quando, sul New Yorker, scrive che “ if you murmur, “Harvey who?,” it’s time to bail”. Insomma, se non hai seguito tutto quello che c’era prima,se non sai chi era Harvey, è meglio che lasci stare.

Bane appartiene alla setta delle ombre. Un cellula di ninja estremista che predica la distruzione di ogni sistema di regolamentazione, Liam Neeson in Batman Begins citava Roma, come anche Costantinopoli, affinché si raggiunga la non corruzione, “i delinquenti sguazzano nella comprensiva indulgenza della nostra società”.

In effetti il “rise”, il ritorno, ma forse anche la rinascita, non è tanto quello di Batman-Bruce Wayne, interpretato da Christian Bale, così come vi sarebbero ragioni di supporre possa essere anche quello di Miranda (Marion Cotillard) o, ancora, quella di Selina (Anne Hathaway), ma è il ritorno della dialettica cittadino-società e, di più, libertà individuale-libertà sociale.

L’ultimo capitolo della narrazione di Nolan abbandona la dialettica Vero/Illusione (nella quale sono avvolti la morte di Dent sul piano sociale e la lettera bruciata da Michael Cane su quello individuale) e tenta di rispondere ad altre domande: Dove riposa il confine della mia libertà? È necessaria una sfera politica? Le mura tracciate da tale sfera ingabbiano l’uomo o lo liberano? Il rischio è chiaro: se si legge Bane come colui che, al pari di una rivoluzione francese, fa saltare letteralmente in aria i tre regimi, ne consegue che Batman non è null’altro che chi garantisca lo status quo, reazionario, conservatore. Chi vuole che nulla cambi. Allora, il cambiamento o la stasi? È vero, se nessuno forza la questione, se nessuno si pone al di là del diritto positivo, tutto rimarrà sempre nelle medesime condizioni.

Va detto d’altronde che il film è stato criticato per un “americanismo” spiccato. Per essere reazionario e per esaltare un eroe che non fa altro che rimettere il vaso sul tavolo, i libri sugli scaffali, e dare, quando serve, una spazzatina per terra di modo che sia tutto lucido e pulito sul pavimento della nostra realtà. Eppure, lontano dall’essere un eroe del “nulla cambi”, la maschera di Bruce Wayne capisce che lo Stato non è una costrizione. E che l’anarchia non è una battaglia per il riconoscimento. Perché, con le parole di Platone, “uno Stato nasce perché ciascuno di noi non basta a se stesso”.

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MATTEO SARLO Ha scritto per diverse riviste filosofiche e di critica cinematografica. Ha pubblicato Passagi sul vuoto, un saggio sul concetto di «vuoto» in filosofia. Sta  traducendo dal tedesco il saggio di Emil Staiger Die Zeit als Einbildungskraft des Dichters