Il carnevale di Venezia e la laguna ghiacciata

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di MANUELA LO PREJATO

Venezia, piazza San Marco, al suo centro un pagliaccio: vestiti di stoffe lucide, colori sgargianti, un grappolo di palloncini che si stagliano, sulle tinte grigie del colonnato. Il clown guarda avanti, in attesa. Non è un artista di strada, non una maschera del carnevale, ma una presenza misteriosa e a maggior ragione poetica. Due giovani donne dall’aria smarrita si avvicinano: due turiste, si direbbero, dalla cartina che maneggiano. Chiedono qualcosa al pagliaccio, che risponde indicando una direzione. I tre diventano quattro, con l’arrivo di una viaggiatrice che trascina una valigia, si intromette e indica un’altra direzione. Attorno aumentano i colombi e gli sguardi curiosi dei passanti. La scena si arricchisce: un’altra ragazza, un’altra direzione, infine un ragazzo e un coro mimato di “lì” e “qua”. Nella folla circostante la soluzione dell’enigma: un poliziotto, ennesimo figurante, e infine, più nascosti, i tecnici e il regista, un uomo di grande stazza che dirige in una lingua slava non facilmente identificabile. Uno spot o un film che forse mai vedremo in Italia ma sul quale possiamo fantasticare, trascinati dal sicuro effetto visivo.

Di cosa parlerà il filmato? Della perdita di orientamento in laguna? In effetti, non sempre è facile capire in quale angolo ci si trovi, anche se tutte le calli, alla fine, portano alla stazione, a Rialto o a piazza San Marco. I veneziani, poi, hanno una cortesia innata, elegante: se ti colgono in un campiello mentre ti osservi intorno e cerchi un indirizzo sulla tua mappa turistica, con un’intraprendenza non invadente ti vengono in soccorso, smentendo, a un’impressione almeno superficiale, il senso di scoramento sotteso alle parole di Paolo Barbaro in Venezia. La città ritrovata: «Ma, e il buon carattere che avevano i veneziani, il sorriso che ricordiamo, l’allegria di cui parlano da sempre visitatori, diaristi, scrittori?». Non si può non convenire, invece, con lo stesso Barbaro quando nota che «l’acqua si respira come aria»: quasi un verso, sintesi dell’essenza lagunare, dove la liquidità non è solo quella lampante dei canali, ma quella più impalpabile dell’umidità che sale, della nebbia che rarefà l’orizzonte e stempera i contorni.

Paesaggi eterei, ai limiti dell’immobilismo, così lontani dai flussi di turisti che transitano in corrispondenza del ponte dei Sospiri, emergono anche dalle tavole di Lorenzo Mattotti nel libro illustrato Venezia. Scavando nell’acqua: «Dovevo fare qualcosa di onesto verso me stesso. Non ho pensato neanche per un momento di disegnare le gondole e piazza San Marco, ho provato a capire in profondità la struttura della città». Ed è vero, che per cogliere l’anima della laguna, non bisogna fermarsi al sestiere dei turisti con la basilica e il campanile, ma spingersi in tutte le altre direzioni (che stesse indicando quelle, il pagliaccio surreale?) verso il campo Santa Margherita di Dorsoduro, il ghetto, le fondamenta Nove o de la Misericordia di Cannaregio, il campo Santi Giovanni e Paolo e l’Arsenale di Castello, in cerca dei luoghi oscuri descritti da Alberto Toso Fei nei suoi libri veneziani o sulle orme di Camilla e Silvestro, protagonisti tormentati e romantici del film Dieci inverni: altri spazi non sarebbero più indicati, oggi, per una passeggiata insolita, vuoi per celebrare il San Valentino, in una città per sua natura struggente e amorosa, vuoi per camuffarsi e trasgredire nell’atmosfera del Carnevale, vuoi semplicemente per godersi, dopo i lunghi giorni di gelo, la visione spettacolare della laguna ghiacciata.