Il campo di Trigoria e il salice piangente

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di MATTEO SARLO

Infilato nel suo giubbotto imbottito un uomo sfoglia stretto un giornale in una seicento. Strisce pedonali calpestate da quattro, sei, otto piedi e nessun altro. I cancelli del centro sportivo Trigoria chiusi, a sbarrare l’occhio che guarda. Qui la squadra romana ASRoma, quella col nome più vicino alla città e non alla regione, viene ad allenarsi ogni giorno. Per terra, buttato, gettato, tagliato fuori, un giornale strilla:”Rischia Vucinic”.

Dentro la piccola cittadella ci sono i calciatori in ritiro. I tifosi hanno lanciato delle bombe carta contro i cancelli. Difficile continuare a sperare quando ci si vede traditi, allontanati dal centro, o dalla vetta, tagliati fuori -il giornale per terra-, spinti in basso. Sconfitte dopo sconfitte, punti che mancano, gol sbagliati. La Roma ha cambiato allenatore, da Spalletti a Ranieri. Ma niente. Attraverso la strada entro a fare colazione in un bar. Bar Angelini. Ripenso che Angelini era lo stesso cognome dell’ imprenditore che, si diceva, avrebbe dovuto acquistare la Roma poco tempo fa. Pura coincidenza. Tre uomini dell’est stanno seduti ad un tavolo a parlare chissà di cosa.

Un ragazzo vicino -a me e a loro- comincia a parlare di Menez “ Io quello lì non lo capisco!! Sembra che guardi sempre nel vuoto! Così forte ma pare vivere in un altro mondo!!”. Quell’ultima frase mi colpisce. È vero. C’è nel talento di Menez, cosi irregolare, così rapido a mostrarsi e  nascondersi, veloce come un suo dribbling, un enigma indecifrabile. E poi mi viene in mente: lo sguardo. Dove guarda Menez? Uscito dal bar cedo alla tentazione infantile di avvicinarmi ancora e gettare un’ultima occhiata alle mura che circondano la “cittadella” romanista. Sulla sinistra le distese dell’agro romano. Sull’entrata su Piazza Dino Viola, a coprire parte della scritta “ASRoma” cadono foglie e rami di un salice piangente.