Il bar Gran Sasso, l’autunno e gli Appennini

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di ANTONIO CARBONE

Sambuca, anice. Vecchia Romagna e Stravecchio Branca. Entrare nel Bar Gran Sasso di via Porta Castello, a due passi dal Vaticano, è come fare un salto nello tempo o solo nello spazio. Hai la sensazione, infatti, di non essere al centro di Roma ma in uno di quei bar di qualche paese sugli Appennini, dove in autunno, alle quattro del pomeriggio, il sole cala velocemente a picco dietro le montagne. Lasciando gli abitanti in balìa di una sera aspra e sincera, come un frutto colto in anticipo.

Capita in questo giorni di caldo ostinato di desiderare l’autunno: i primi freddi, le giornate uggiose, le foglie che ingialliscono. L’odore del mosto e delle caldarroste. A pensarci bene non si tratta solo di un desiderio ma persino di un’esigenza. E’ innanzitutto il corpo che, come un albero, reclama il mutamento. Il cambio di stagione. E’ sazio di questa lenta luce dei tropici.

E’ così vaghiamo per la città alla ricerca di un altro meridiano o più semplicemente di un poco d’ombra. Persistente come certi ghiacciai sopra i duemila. Certo, ci sono i parchi, le ville… Ma persino lì l’estate, indugia, guadagna tempo. Con l’obiettivo forse di non rispettare gli impegni presi. Di ingannarci.