I saldi estivi su via del Corso e il bacio di plastica di Hayez

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di MATTEO SARLO

Sulla vetrina, dietro la scritta Saldi, due manichini sembrano continuare il bacio del pittore Francesco Hayez. Un bacio, e un abbraccio, che a via del Corso, oggi, è solo di plastica e provvisorio; il tempo della chiusura e dello smantellamento della vetrina. Fuori ai negozi, come semafori di cui nessuno si cura, perlopiù ci sono uomini che aspettano: la moglie, la figlia appena adolescente, la sorella per un regalo di compleanno. Pantaloni color crema, polo strettine, mocassini. Ma il caldo non risparmia l’eleganza. Le braccia incrociate e le ginocchia stanche.

Mentre cammino, sento una voce lamentarsi; “ogni anno con i saldi è sempre la stessa storia”. Immagino si riferisse alla folla, alle file per pagare, al conto che si restringe come un vestito lavato male. Mi giro e vedo due donne col cappello bianco e l’uniforme. Vigili. Decido di seguirle per vedere cosa succede, perché nessuno è esente dal fascino dell’intravisto e non conosciuto. Entrate in un negozio, il problema è evidente e ripetuto da anni in negozi diversi con clienti diversi; la donna che ha comprato la maglietta vuole cambiarla e il proprietario si rifiuta. Ed ecco che i vigili devono districare la matassa, sciogliere l’intreccio, spendere quel poco di giustizia quotidiana.

Esco dal negozio – come andrà a finire, è una curiosità molto meno forte di quella iniziale. Sulla mia sinistra una donna indossa una gonna del grigio dei film di fantascienza. I capelli raccolti in un fazzoletto colorato. Spinge un passeggino. Araba, penso. Più avanti, un uomo mascherato da statua della libertà tiene il braccio alzato. Il vestito azzurro divide il marciapiede in due come la roccia le acque del fiume, che mai si fermano.

I gruppetti da tre o quattro ragazze sono stormi di uccelli nel cielo, un’altalena a destra e sinistra per non perdere ogni minuto dettaglio della vetrina che attira la loro attenzione. Poi ci sono le solitarie. Pantaloni stretti e camicia bianca con le maniche raccolte appena sopra il polso. I capelli legati. Ai piedi, infradito. Una davanti a me. Non faccio a tempo a girarmi che già si è mischiata nella folla, come entrare nella grotta. Mentre cammino, rivedo le stesse uniformi di prima, chine, ora, su un vecchio sassofonista seduto su una sedia. Sembrano essere clementi e dire solo, Faccia piano però, almeno finché siamo qui.

Dall’altro capo del marciapiede ride un uomo, sotto l’ombra bucherellata di un cappello di paglia, quando decido di andare. Direzione piazza di Spagna. Da lì, metro. Rivedo, nella vetrina dietro la scritta saldi, il bacio di plastica che ancora prosegue. Ma so che ha le ore contate, finché, dietro l’ombra della saracinesca abbassata, una mano razionale non verrà a separarli, e, così, a sancire il vuoto che i due ancora non conoscono.