Le finestre sull’orlo della sera e la zattera sull’infinito

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di FEDERICO PACE

E’ forse il primo mio ricordo. Vago e tremulo. I miei genitori, nel chiuso di un condominio su via Tuscolana di quaranta anni fa, ci avevano messi, me e mia sorella, piccolini tutte e due, sopra un materasso. Davanti alla tv. A vedere il primo passo dell’uomo sulla luna. Dal basso di quell’età carponi, ricordo pochissimo. Il biancore della tv, il fatto insolito di essere rimasto sveglio. E delle voci. Eravamo, per chi passava quella sera in strada, solo una delle tante finestre accese di un condominio sull’orlo della sera. Eravamo, per me che ora ci ripenso, un grumo di vita, speranze, attese, aspettative, visioni e incertezze. Un grumo di vita raccolto su un materasso mentre Tito Stagno e Ruggero Orlando litigavano sull’istante dell’allunaggio. Quattro vite ravvicinate e deposte su una zattera che lambiva, per le prime volte, le acque degli abissi infiniti dello spazio e del futuro.

Quell’evento ha lasciato un’eco che non si smorza. Vicino a via del Tritone c’è la sede del Messaggero, il giornale romano per eccellenza. Ancora oggi, nelle vetrine dell’edificio puoi vedere le prime pagine “storiche”. Tra queste c’è anche quella dell’uomo sulla luna. La copia uscita il 21 luglio del 1969, che titolava un gigantesco “LUNA, PRIMO PASSO”, costava 70 lire. Il giornalista che aveva avuto il compito di ultimare l’editoriale (intitolato “Ha vinto l’uomo”), aveva scritto che “non crediamo di eccedere affermando che questa impresa è la più grande, la più fantastica della storia dell’umanità”.

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Nella prima pagina ci sono la foto dell’impronta e i volti di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, i due astronauti che toccarono il suolo lunare. Non c’è invece il viso di Michael Collins, che con gli altri due era arrivato fino a lì, rischiando pure lui la vita e tutto il resto, ma sulla Luna non è mai sceso. L’astronauta era infatti rimasto nel modulo nell’orbita lunare senza avere la fortuna di toccare la meta. Per il direttore del giornale non meritava l’onore della prima pagina.

Verso le nove di sera, sull’orlo di questa luce che diventa ombra, in quella stessa ora in cui cominciava quell’attesa straordinaria alla fine degli anni Sessanta, per le strade di Roma è impossibile non perdersi nel pensiero di quello che è stato. Per me che ora sono qui, a camminare per strada, è impossibile non alzare lo sguardo verso il cielo. Verso le luci che s’accendono dalle finestre dei condomini e intuire le domestiche traiettorie di bambini, di madri e padri, di donne anziane, di uomini pensosi, dei piccoli sognatori, dei disincantati, di chi cova rabbie chiuse, di chi s’attende il meglio, di chi fa i conti con le delusioni, di chi deve ancora compiere i primi passi e di chi si misura con gli slanci inceneriti dalla fiamma della vita adulta. Mi sono chiesto per anni cosa avesse provato Michael Collins, l’astronauta che arrivò fino alla luna senza toccarla. Cosa avesse pensato, nel chiuso di quella navicella, durante il viaggio di ritorno insieme a quei due che, invece, sulla luna ci avevano camminato. Ora in questa sera d’estate, mentre dal basso della strada guardo le luci accendersi nei condomini, mi sembra di immaginare le vere emozioni di quell’uomo.

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Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_