Harry Potter, il cinema Royal e un bimbo all’uscita

l1011494

di MATTEO SARLO

Sulla locandina del film, la scritta Harry Potter e i doni della morte parte 2. Più in basso: Tutto finisce. Dietro il vetro, la donna controlla i nostri documenti, il tempo di verificare la nostra effettiva iscrizione alla Sapienza, per poi avviare la stampa dei biglietti e passarceli con la furtività delle chiavi che scorrono sotto la porta della cella. Al Royal, il cinema vicino alla fermata della metro di Manzoni, fanno lo sconto agli studenti universitari e il film non è in 3D. Ci siamo venuti proprio per questo.

All’inizio ci sono i trailer, ci mettiamo poco a scoprire che la sala non è poi così piena. Vicino a me, un bambino con una crosta al ginocchio destro. Alla sua sinistra la madre, penso. Il film riprende proprio da dove si era interrotto nella parte uno. Harry, Daniel Radcliffe, è seduto davanti alla tomba dell’elfo domestico Dobby. Il personaggio che in Harry Potter e la camera dei segreti spiegava a un Harry bambino i complotti, gli intrighi e le macchinazioni che si snodavano ad Hogwarts. Le braccia del mago, ora adulto e non più undicenne, stringono le ginocchia. Porta gli stessi occhiali tondi, che circa dieci anni prima saltavano da bacchetta a bacchetta nel negozio di Diagonalley – Olivander. Guarda la tomba della piccola creatura. Come una soglia o un confine, una spia o un segnale, che l’infanzia non tornerà più.

Il volto del mago Oscuro, (Ralph Fiennes) Voldemort, è frequente e ripetuto, svestito dell’intoccabilità dell’ignoto e mai visto, quasi inserito nel logorio del quotidiano, e indebolito ad ogni Horcrux (oggetto o essere vivente nel quale un mago nasconde parte della propria anima) trovato e distrutto dai tre amici Harry, Ron (Rupert Grint), Hermione (Emma Watson). Tre amici che crescono insieme. Costretti a guardare, come tutti noi, l’ombra del passato allungarsi alle proprie spalle.

Alla fine del primo tempo, tra le fila delle poltrone un uomo distribuisce gelati e pop-corn. Chissà se è sempre stato in sala, al buio. Chissà quante volte avrà visto le scene che io ho appena consumato. Ma forse non era in sala e non ha nemmeno mai visto uno degli otto film tratti dai sette romanzi della scrittrice di Yate, nel Gloucestershire, J.K.Rowling. Oppure li ha visti ma solo come inciampo, ostacolo, attesa meccanica o impedimento della fine della suo turno lavorativo. E del suo ritorno a casa. Ad ogni modo, decido di non prendere nulla. Il bambino alla mia sinistra chiede una bomboniera.

Si procede verso lo scontro finale, non solo tra Harry e Colui che non può essere nominato, ma anche tra l’altruismo (Harry che è disposto a sacrificare se stesso per il bene del resto del mondo, e dei suoi amici) e l’egoismo (Voldemort mosso solo dal desideri di dominio e di conquista). Tra maghi buoni e cattivi. Tra Bene e Male. L’insegnamento, che pare suonare come un imperativo, è: fidati degli altri, da solo non puoi farcela. E più che l’epica di Achille contro déi, troiani e -anche-, achei, pare il travaglio di un Odisseo che mai senza la nube di Atena, a mascherarne l’aspetto, avrebbe riconquistato il suo trono, sua moglie e il suo mondo. Ron ed Hermione sono necessari. Ma non solo loro. Ognuno batte le sue ali contro il solipsismo di Voldemort. Quando la narrazione si conclude, le braccia del bambino si fissano attorno alla madre. Avrà avuto la mia età quando, nel 2001, ero seduto in una poltrona al buio a vedere il primo capitolo della saga. Quando mi alzo e volto le spalle sento il bambino che dice: “hanno vinto i buoni, mamma!”.