Gli stupri a Tor Carbone e l’illusione di un luogo sicuro

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di FRANCESCA PEDROLLO

Erano un po’di giorni che mi ronzava nella testa questo luogo, Tor Carbone, da un mese nelle cronache della capitale e venerdì ho deciso di andarci di persona, proprio il giorno in cui si è diffusa la notizia dell’arresto del presunto stupratore. Come quando ci si prepara ad un viaggio, ho studiato il percorso. Metro A fino a Arco di travertino e poi autobus 765. Su via di Tor Carbone ci sono varie fermate e mi rendo conto di esser arrivata solo alla fine della veloce corsa dell’autobus quando già siamo oltre, su via di Vigna Murata.

Scendiamo al volo e ci troviamo ad un grande incrocio. Proviamo a chiedere ad un benzinaio che nella calura estiva, a torso nudo e con musica a tutto volume, aspetta che qualche macchina faccia il pieno. Non sa di preciso a quali case si faccia riferimento, non riesce a capire perché citino Tor Carbone e ci dice di provare a chiedere nel bar alle sue spalle. All’interno, pochi avventori albanesi seduti in un angolo, si sente solo la risata di una ragazza, dietro il bancone un vecchio con mani tremolanti ci dà una pizza ripiena di un formaggio di capra che rimanda ad un sapore turco. Anche lui non sa niente, diffidenza e omertà aleggiano nell’aria.

Ci spingiamo in via della Fotografia come ci suggerisce il benzinaio all’uscita e scopriamo finalmente queste schiere di villette di recente costruzione immerse in un verde che sembra abbia perso brillantezza. Cancelli automatici, cortili, garage, la solita edilizia residenziale frammezzata da edifici con intere pareti a specchio, sede di di aziende di informatica… percorrendo questi viali vuoti  mi sono sentita come quelle ragazze che stavano rientrando a casa, proprio sulla soglia, violate nel momento in cui ti cominci a rilassare perché ti senti di entrare in un luogo sicuro.