Gli homeless di Lee Jeffries in mostra al Museo di Roma in Trastevere

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di ANTONIO CARBONE

Qual è il modo migliore di predisporsi davanti al dolore degli altri? Superato lo choc iniziale è questa la domanda che sollevano i soggetti delle  fotografie di Lee Jeffries, in mostra fino al 12 gennaio 2014 al Museo di Roma in Trastevere. Si tratta di persone senza fissa dimora, emarginati, uomini e donne esclusi dall’attività sociale, incontrati camminando per le strade dell’Europa e degli Stati Uniti.

Il forte contrasto di stampa e la decontestualizzazione ne esaperano i toni tragici. Si ha la sensazione di essere di fronte  a un unico grido, un unico tono grave che non modula mai. Astratto e assoluto, rischia di travolgerci per il carico di compassione che reclama. Sarà per questo che piuttosto che rivelare finiscono per nascondere maggiormente.  E del resto – come ci ricorda Maria Zambrano in L’agonia dell’Europa – l’essenza del tragico sembra essere proprio questa: la manifestazione dell’umano in cattività, che si dilania in asfissia, assoggettato dalle sue stesse passioni. Siamo ancora nella notte oscura dell’umano che si nasconde dietro la maschera.

La maschera e il volto, dunque. Physis e logos. L’arte occidentale può essere letta – ci dice ancora la Zambrano – come la storia di una conquista: la conquista del volto. In questo senso fu umanista dal momento stesso in cui nacque e cioè da quando si liberò da questa stretta asfissiante col sacro, rappresentata dalla maschera. Fu innanzitutto una scoperta del pensiero.

E’ attraverso questo percorso che il volto umano prende forma, rivelando una storia altra – intima e segreta – nelle sue molteplici espressioni. Il suo apice lo raggiunge nel ‘400 italiano.  Ed è ciò che più apprezziamo nelle fotografie degli uomini del ventesimo secolo, del tedesco August Sander, per esempio, o in quelle del russo Roman Vishniac che tra il 1935 e il 1939, con la sua Leica a tracolla, viaggiò nell’Europa dell’Est per documentare la vita quotidiana degli ebrei (Vanished World). E che poi ritroviamo nel lavoro di Walter Rosenblum formatosi a New York alla Photo League, che si ispirava alla grande lezione di Lewis Hine, e di tanti altri fotografi dell’agenzia Magnum, a proposito dei quali non a caso si è parlato di  fotografia umanista.

Le foto di Capa, Bresson, Koudelka, Economopoulos, hanno un unico comun denominatore: il volto. Il volto che, piuttosto che annientarci, rende possibile l’identificazione. E’ la commedia umana: Balzac e Zola, che non a caso era anche fotografo. Il volto quindi come veicolo di narrazione attraverso il quale è possibile ritrovare ancora una familiarità con l’estraneo. O in altri termini, l’umanità nei tempi bui.