Gli acquisti online a Natale e come infilarsi un cappotto

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di MATTEO SARLO

Forse devo dire addio a Gli Addii. Sono più di due settimane che ho ordinato su uno dei siti di Amazon il capolavoro di Juan Carlos Onetti, ma niente. Dello scatolotto cartonato di Amazon neanche l’ombra. È la prima volta che mi accade. In questi giorni di vacanze e celebrazioni, deve essersi incagliato in qualche scoglio metaforico o burocratico. Di quelli imprevisti al calcolo e alla razionalità, persino per la mente pulita e acuta di Jeff Bezos. Persino per la trasparenza cristallina da acqua di mare di Amazon.

Che fine ha fatto Gli Addii di Juan Carlo Onetti? Semplicemente ha rallentato il suo percorso o è stato perduto? Che ne è della storia che esso custodisce? Riuscirò ad osservare mai il suo incipit, quei centimetri propulsivi dai quali le parole iniziano a snodarsi e a disporsi lungo i binari invisibili della pagina? E se qualcuno lo avesse sottratto e ora se lo stesse leggendo al mio posto? La tracciabilità offerta da Amazon, per ora, parla chiaro ed è rassicurante. Fin troppo, forse, rassicurante: “In consegna”.

Ma intanto il pacco non arriva e ancora una volta mi chiedo cosa accade una volta cliccato su “aggiungi al carrello o conferma l’ordine”. Gli Addii di Juan Carlo Onetti sono perduti per sempre e io ora capisco più chiaramente quanto è esile il gesto per ordinarlo, che rende così febbrile e vertiginoso anche solo pensare a un nuovo possibile acquisto, e quanto invece deve essere complicato il processo che lo permette.

Ho passato chissà quanto tempo davanti allo schermo, pensando al film da comprare, alla scritta verde e affiancata: “disponibilità immediata, ordina in 20 ore e ricevilo entro 2 giorni”. E’ una miccia. E allo stesso tempo fiorisce un elemento che ti appare inspiegabilmente fugace. Da fermare. Uno di quei lillipuziani e camuffati momenti che ti capitano nella vita, quelli di fronte ai quali ti senti sempre un po’ indietro e in dovere ti prendere la decisione giusta. Insomma, non solo tutto costa di meno, ma è tutto facilissimo. E, per giunta, le profonde sacche disponibilità di Amazon sembrano proprio contenere tutto.

Senza Amazon, è inutile nasconderlo, ciascuno di noi, probabilmente, non sarebbe riuscito ad arrivare a quel libro particolare o a quella edizione limitata di un film perduto da tempo. Senza Amazon, anche solo pochi anni fa, pensare di ordinare il nuovo libro del tuo scrittore americano preferito direttamente in inglese e direttamente il giorno dell’uscita statunitense, non era davvero pensabile. E sicuramente non in così poco tempo. Tutto questo è vero, ma c’è dell’altro.

Dietro alla purezza dello schermo, c’è un lavoro di scarpe e ferite. Di sfruttamento, pressioni mentali e (dis)equilibri psicologici. Ogni volta che ciascuno di noi clicca sul proprio oggetto di desiderio, c’è qualche lavoratore di quella cittadella, dalle strade e pareti fatte di merci più che di mattoni, che è il magazzino di Amazon, che a piedi deve trovare quello che hai appena acquistato.

Il dipendente -il picker– incaricato di trovare e prelevare l’oggetto da te richiesto deve portare a compito il suo lavoro in meno di un certo numero di secondi, che quasi non bastano neanche per spostarsi da una parte all’altra del magazzino, grande come 11 campi di calcio (guarda Amazon: the truth behind the click realizzato da un reporter della BBC, Adam Littler, che si è fatto a assumere sotto falsa identità dai magazzini di Amazon). Alle volte in un turno si arrivano a percorrere 24 chilometri a piedi in 10 ore e mezza. I picker sono come coriandoli lasciati cadere in una piazza immensa.

Ciascun “picker” porta con sé un piccolo scanner, che traccia la quantità di pacchi e il tempo che  impiega a distribuirli, per poi spedire direttamente il risultato della performance ai managers che ne valuteranno l’efficienza. Se la performance è troppo bassa, incorrerà in provvedimenti disciplinari. Amazon ha dichiarato che la sicurezza dei lavoratori è la priorità numero uno.

La pensa diveramente il professore Michael Marmot, uno dei esperti più noti riguardo lo “stress sul lavoro” a cui è stato fatto vedere il servizio di Adam Littler. Nelle riprese: in una notte di lavoro un lavoratore percorreva 17 chilometri e doveva chiudere un ordine ogni 33 secondi. Marmot ha dichiarato che “le caratteristiche di questo tipo di lavoro producono un elevato rischio di malessere sia mentale che fisico”.

Sembra un dramma personale che ciascun lavoratore affronta a nostra insaputa. Certo, guardare le cose dal loro interno, svela quasi sempre un aspetto completamente diverso da quello che ci aspettiamo. Una sfasatura che appartiene persino alla natura, basti pensare al corpo di ciascuno di noi: da fuori è tutto sommato accettabile e da dentro, pur se non c’è lo sfruttamento capitalistico inserito, è comunque mostruoso.

Ma il capitalismo è tutt’altra cosa che il corpo di un uomo, abita tutt’altra dimensione: quella dell’artificio contro lo spontaneo. Del superlus contro la greca “mesotes” (misura). Dell’eccedenza contro l’armonia. E se è vero che, per spensieratezza, è meglio mangiare degli spaghetti senza sapere dove vadano a finire, e quale percorso seguano, è pur vero che, prima di buttare la pasta, inconsciamente o meno, ci curiamo noi tutti di sapere da dove essa provenga. Ci curiamo di sapere quali siano le origini di quel che ci portiamo dentro.

Così, mentre ancora sto aspettando che arrivi il pacco di Amazon, comincio a pensare dentro di me che forse la prossima volta, Gli Addii, o qualche altro libro di Juan Carlos Onetti, prima di ordinarlo online, proverò a cercarlo di nuovo nella libreria più vicina. Perché infilarsi il cappotto, chiudersi la porta alle spalle e uscire per strada – il tuo passo che conta il tuo tempo- può essere un gesto ancor più leggero di un semplice click.

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MATTEO SARLO Ha scritto per diverse riviste filosofiche e di critica cinematografica. Ha pubblicato Passagi sul vuoto, un saggio sul concetto di «vuoto» in filosofia. Sta  traducendo dal tedesco il saggio di Emil Staiger Die Zeit als Einbildungskraft des Dichters