Gli acquisti di Ferragosto e i vu’ cumpra’

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di ANTONIO CARBONE

400, 500, 600… a quanti chilometri, come minimo, bisogna trovarsi lontano da casa per essere considerato uno straniero? Avendone fatto, in passato, qualche centinaio anch’io, per ragioni di lavoro, ogni tanto mi capita di pormi questa domanda. Come adesso che mi trovo sulla spiaggia, a poco più di 100 chilometri da Roma, e non posso fare a meno di soffermarmi sui volti della fitta schiera di venditori che mi sfila davanti a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro.

Per raggiungere questa località di buon ora, stamattina, ho preso il treno regionale che va a Pisa. Ho viaggiato in una carrozza occupata soprattutto da bengalesi ancora assonnati. Ad ogni stazione in cui ci siamo fermati, altri ne ho visti sbucare lungo la scarpata, tra le fitte canne, e avviarsi con passo svelto per raggiungere il treno. Eppure neanche per un momento ho provato un senso di insicurezza, paura, pericolo. Avvertendoli addirittura più familiari dei tanti venditori nostrani, per lo più napoletani a cui, almeno in teoria, dovrei sentirmi più vicino, provenendo dalla stessa regione.

Magri. Ben pettinati, vestiti sempre in maniera dignitosa. Sembrano degli eterni studenti universitari. Non diresti mai che con il loro carico già stanco abbiano la forza di andare a raccogliere qualcosa. Quando per le strade di Roma provano a venderti semplicemente un ombrellino per ripararti dal sole oppure, sulla spiaggia, un orologio, non sono mai arroganti. Ti sorridono soltanto e difficilmente dietro  il loro sguardo timido ci intravedi la ambiguità di chi è pronto all’inganno. Per il breve istante che dura l’incontro più che uno sconto, sei sempre tentato di proporre loro un baratto.