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    <title>MagazineRoma</title>
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    <description>Informare e narrare</description>
    <language>it</language>
    <copyright>MagazineRoma</copyright>
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      <title>MagazineRoma</title>
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      <pubDate>Sat, 06 Mar 2010 11:56:39 +0100</pubDate>
      <title>L’attesa per Roma-Milan, lo stadio Olimpico, la vista a picco sul campo e l’urlo che verrà</title>
      <description>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;Egrave; fredda la sera a Roma. Il meteo annota una temperatura minima di zero gradi. Sul motorino l&amp;rsquo;aria taglia la bocca. Il pensiero di raggiungere lo stadio Olimpico dentro il casco. Qui devi venire per vedere una partita di calcio se sei a Roma. Stasera si gioca Roma-Milan. La via per lo stadio &amp;egrave; piena di colori e clacson. Il lungo Tevere, prima della partita, &amp;egrave; un groviglio di possibili spettatori. Le traiettorie dei motorini costruiscono labirinti tra le macchine. E pi&amp;ugrave; ci si avvicina e pi&amp;ugrave; si sente che la destinazione &amp;egrave; quella comune.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per entrare devi superare cancelli gialli prima e cancelli verdi poi, tornelli, infilarti attraverso porte. Guardi il biglietto dove stanno indicati il numero dei posti e dove sono posizionati: curva sud, curva nord, Tribuna Tevere, Tribuna Monte Mario. Sali la scalinata. Primo gradino. Secondo. Terzo. Ma &amp;egrave; l&amp;rsquo;ultimo quello che conta, e lo sai. Quello che permette la vista a picco sul campo. Il rettangolo verde per il quale tutti ricordano la loro prima volta. La prima volta che l&amp;rsquo; hanno visto. Si sgranano bene gli occhi e si cerca di aguzzare ogni senso. Da lass&amp;ugrave; appare perfetto. Ecco come ci riescono. Come Julio Sergio si tuffa sulla palla. Come Mirko Vucinic tira a giro sul &amp;ldquo;secondo&amp;rdquo;. Come Pizarro si avvita su se stesso, rendendo impossibile agli altri sottrarre il pallone. Tutto troppo facile con un campo cos&amp;igrave;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E poi c&amp;rsquo;&amp;egrave; l&amp;rsquo;attesa per la partita. Ti siedi, trovato il posto, e aspetti. Fa freddo e ti rinchiudi nel giubbotto imbottito e guardi attorno. Tutte quelle persone reagiranno esattamente come te quando segner&amp;agrave; la squadra che sei venuto a vedere. Quasi recuperando gli indistinti riflessi dei bambini, senza pensare alzerai le braccia e urlerai.&lt;/p&gt;</description>
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      <dc:creator>Matteo Sarlo</dc:creator>
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      <pubDate>Sun, 21 Feb 2010 08:30:00 +0100</pubDate>
      <title>Il parcheggio sotterraneo di Villa Borghese, l'avanguardia, il sostrato gelatinoso e le due Italie</title>
      <description>&lt;p&gt;E&amp;rsquo; uno di quei pomeriggi in cui ci si lascia dietro la porta di casa sovrappensiero. Quasi solo perch&amp;eacute; il tempo ha concesso una schiarita. Altrettanto casuale &amp;egrave; il percorso intrapreso: viale Castro Pretorio, corso Italia, Villa Borghese. Un po&amp;rsquo; meno la ragione che mi porta a scendere le scale del parcheggio sotterraneo. Lo faccio in una sorta di ipnosi, di sogno. La scusa &amp;egrave; che dovrei recuperare l&amp;rsquo;auto lasciata l&amp;igrave; da qualche giorno ma in verit&amp;agrave; &amp;egrave; ben altro il motivo. C&amp;rsquo;&amp;egrave; quasi il desiderio, gradino dopo gradino, di poter tornare indietro fino al giorno in cui, in occasione dell&amp;rsquo;inaugurazione, nel novembre del 1973, fu allestita al suo interno una grande mostra, &amp;ldquo;Contemporanea&amp;rdquo;, organizzata da Achille Bonito Oliva insieme a Graziella Lonardi.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Che citt&amp;agrave; era Roma in quegli anni? Era, nonostante la vitalit&amp;agrave; artistica &amp;ndash; fu proprio allora che Christo impacchett&amp;ograve; duecento metri di Mura Aureliane - una citt&amp;agrave; triste, grigia? Chi avr&amp;agrave; avuto dieci, undici anni &amp;egrave; probabile che risponderebbe di s&amp;igrave;. &amp;ldquo;Non meno del resto del Paese&amp;rdquo; si sentirebbe, forse, di precisare chi invece allora aveva gi&amp;agrave; raggiunto l&amp;rsquo;et&amp;agrave; della ragione.&amp;nbsp; Appunto, com&amp;rsquo;era l&amp;rsquo;Italia in quegli anni? Lo smascheramento di molti intrighi era ancora lontano da venire e le due Italie, quella solare della superficie e quella cupa e torva del sottosuolo che oggi si confondono spesso in un &amp;ldquo;sostrato gelatinoso&amp;rdquo;, erano ben divise. Staccate. Entrando in rotta di collisione solo in determinati punti.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non &amp;egrave; dato sapere che cosa port&amp;ograve; Achille Bonito Oliva e Graziella Lonardi, in fondo a &lt;a href=&quot;http://www.architettoluigimoretti.it/site/it-IT/Sezioni/Opere_e_progetti/Scheda/251_1966.html&quot;&gt;questo parcheggio&lt;/a&gt;. Ma non si pu&amp;ograve; eslcudere che oltre all&amp;rsquo;intento di stupire facendo esporre in uno spazio cos&amp;igrave; inusuale artisti di fama internazionale - un&amp;rsquo;idea di che cosa ha rappresentato quell&amp;rsquo;evento &amp;egrave; possibile farsela visitando al MACRO di via Reggio Emilia la mostra, &lt;em&gt;A Roma la nostra era avanguardia&lt;/em&gt; -&amp;nbsp; avessero, a modo loro, anche l&amp;rsquo;obiettivo di fare luce su queste due Italie. Me ne convinco sempre di pi&amp;ugrave; non appena ritorno in superficie, perlustrando la zona soprastante. Anche se, a parziale conferma di questa intuizione, c&amp;rsquo;&amp;egrave; soltanto la solita erba lucente delle grandi occasioni e la presenza vigile e austera degli alberi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <dc:creator>Antonio Carbone</dc:creator>
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      <pubDate>Fri, 12 Feb 2010 16:10:44 +0100</pubDate>
      <title>La neve a Roma e il pianeta gelato</title>
      <description>&lt;p&gt;Dal cielo, fiocchi leggeri hanno preso a galleggiare nell'aria. Hanno le sembianze di piume, petali e coriandoli. Lenti, lentissimi si depongono sulle foglie dei sempreverdi. Sulle lamiere delle vetture. Sulle carcasse dei secchioni delle immondizie. Sui sellini dei motorini parcheggiati sui marciapiedi. Fermi ad un incrocio, ammutoliti, due bambini si guardano intorno come astronauti ai loro primi passi su di un pianeta gelato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un'automobile &amp;egrave; ferma al semaforo. La luce &amp;egrave; verde. Ma non parte. Dentro si vede una donna al volante. Dietro di lei non c'&amp;egrave; nessuno. E' come chiusa in una bolla temporale. Sospesa. Immobile a guardare il precipizio di quei fiocchi. Al di l&amp;agrave; del finestrino, nel chiuso della sua vettura, gira il volto verso l'alto, e mentre risale con lo sguardo verso il cielo, sembra perdersi per sempre in pensieri inaccessibili.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un giovane nigeriano, che di solito incontro per queste strade, con in pugno le tante paia di calzini bianchi chiusi nel cellophane, cerca riparo sotto i cornicioni. Questo &amp;egrave; proprio un altro mondo, deve pensare. Una donna si scansa di lato quasi a prendere le distanze. Il ragazzo neppure fa caso a quel gesto e comincia a trafficare con le sue buste. Quando ha finito di infilare tutto nella borsa e richiuso la zip, sembra concedersi anche lui una pausa per guardare. Dopo qualche secondo per&amp;ograve; si mette di nuovo in cammino. Solo in terra, le impronte che lascia alle sue spalle, si possono mescolare con quelle degli altri che, nonostante la neve, hanno ripreso a correre.&lt;/p&gt;</description>
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      <dc:creator>Federico Pace</dc:creator>
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      <pubDate>Sun, 07 Feb 2010 16:51:00 +0100</pubDate>
      <title>Il risveglio a San Lorenzo, il testimone, le scritte sui muri e gli affreschi</title>
      <description>&lt;p&gt;Mi capita sempre di arrivare dopo, dopo la festa, dopo il bicchiere con la cannuccia lasciato l&amp;igrave; quando tutto &amp;egrave; finito, all&amp;rsquo;inizio di una domenica di fine gennaio. San Lorenzo si risveglia dei vecchi, i giovani, che hanno animato queste strade, lasciano a loro il testimone. La donna, con il foulard allacciato al collo, potrebbe essere vestita per andare a messa alla chiesa dell&amp;rsquo;Immacolata e invece con un arnese rovista, con fare meticoloso e pulito, nei cassonetti. La guardia giurata nella facolt&amp;agrave; di psicologia, agitato e orgoglioso, racconta che ha appena scovato due intrusi mentre, stanche, risuonano le campane a festa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mi aggiro alla ricerca di &amp;ldquo;segni urbani&amp;rdquo; alla vigilia dell&amp;rsquo;ordinanza che commina multe salate a chi imbratta i muri della capitale. Si dice che verranno destinate delle aree ad hoc per gli artisti facendo perdere alla street art la condizione stessa del suo essere, ineliminabile, che consiste nel farlo di nascosto, nel rischiare. E intanto come squarci, tra gli scarabocchi, si intravedono punti, pixel, linee, come quelli di Sten e Lex, che lentamente prendono forma e diventano uno sguardo. Una storia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La nuova &amp;ldquo;religione&amp;rdquo; &amp;egrave; per le strade e le icone sono queste immagini disseminate sui muri, soggette a scomparire. Brandelli se ne scorgono, ombre ormai di quel che erano solo un anno fa. E poi ne ritrovi altre, come in una rivelazione, in una epifania, nuove, accese, che ti guardano, presenza effimera, e ti fanno compagnia nel tuo girovagare, affreschi moderni all&amp;rsquo;aria aperta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <dc:creator>Francesca Pedrollo</dc:creator>
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      <pubDate>Tue, 26 Jan 2010 09:03:25 +0100</pubDate>
      <title>Avatar, il Warner Village Parco de’ Medici e i simulacri di mondo</title>
      <description>&lt;p&gt;Mi trovo dentro la sala d&amp;rsquo;attesa del cinema Warner Village Parco de&amp;rsquo; Medici. Pi&amp;ugrave; di tre chilometri dal centro di Roma, zona Magliana Vecchia. Qui ci sono 18 sale. Negozi di intimo nella stradicciola appena fuori il cinema. Negozi di macchinette d&amp;rsquo;epoca in miniatura. Piste da bowling. Le mani delle ragazze che vedo, cadono quasi sempre dentro altrettante mani di ragazzi. Due anziani passeggiano fuori dal cinema. Camminano avanti e indietro. Lei ha i capelli corti e una sciarpa bianca stretta attorno al collo. Lui ne ha pochi, ormai, di capelli. Vicino a loro, il nipote che si muove a zig-zag.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In attesa per la fila tutti ripetono la stessa parola al momento di chiedere il biglietto: &quot;Avatar&quot;. Il trisillabo rintocca come le cinque del pomeriggio sotto l&amp;rsquo;orologio di Westminster. Avatar, megafilm di James Cameron, sembra particolarmente adatto a questo luogo. In questo simulacro di mondo, il film artificiale per eccellenza. In 3D. Indosso gli occhiali e mi sembra di non essere pi&amp;ugrave; nella sala cinematografica ma su Pandora, dove le montagne fluttuano per aria e un popolo blu si batte per il proprio riconoscimento. &amp;Egrave; un&amp;rsquo;immersione in un&amp;rsquo;acqua di pixel che ti porta al largo. Tanto da non vedere pi&amp;ugrave; la riva.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fuori dal cinema scorgo i due anziani, usciti poco prima di me dalla stessa sala. Il nipote non sta pi&amp;ugrave; nella pelle, vuole rientrare nella sala per rientrare in Avatar. La donna guarda il plasma sopra la biglietteria per vedere il prossimo spettacolo. Tra mezz&amp;rsquo;ora. Me ne vado verso l&amp;rsquo;immenso parcheggio, i suoi cartelli orientativi e la mia macchina. Chiss&amp;agrave; se il bambino riuscir&amp;agrave; ad entrare ancora nel suo simulacro o gli toccher&amp;agrave; accettare, con le ginocchia unite sul sedile posteriore dell'auto, il dettagliato rimpicciolimento dell'edificio e del suo sogno artificiale.&lt;/p&gt;</description>
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      <dc:creator>Matteo Sarlo</dc:creator>
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      <pubDate>Tue, 19 Jan 2010 07:50:22 +0100</pubDate>
      <title>Il volto di Craxi, l'Hotel Raphael, le api ammattite, le monetine, la cicuta e la democrazia</title>
      <description>&lt;p&gt;Sui muri di Roma &amp;egrave; riapparso il volto di Bettino Craxi. I cartelloni li ho visti su viale Castro Pretorio. Nell'immagine sta, impaziente, sotto braccio a un Nenni invecchiato. All'alba di oggi sembra esserci stata una certa ironia nella mano che ha guidato gli &quot;attacchinatori&quot;. Seguendo i cartelloni che ritraggono l'uomo di cui ricorre il decennale della morte, si passa su viale del Policlino per arrivare poi, dopo un breve tratto, al ministero dei Lavori Pubbblici. Si direbbe l'altare della rete delle opache relazioni tra imprese e politici. Davanti, ci sono i platani, un poliziotto al cellulare, le pubblicit&amp;agrave; di Avatar e la gente che aspetta alla fermata dell'autobus.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tiro dritto verso piazza Barberini. Poco pi&amp;ugrave; gi&amp;ugrave;, dopo aver percorso via del Tritone, vicino Galleria Colonna, intravedo, tra la gente, l'indaffararsi immobile di un deputato dell'attuale maggioranza. Porta sotto il braccio una rigonfia mazzetta di giornali e intanto al cellulare parlotta, discute, briga qualcosa che non &amp;egrave; comprensibile. Qualcuno lo riconosce, ma tira dritto e non dice nulla. Un altro sussurra un'offesa. Gli uomini politici che arrivano in questa in citt&amp;agrave;, precipitati da un voto popolare sempre pi&amp;ugrave; estrogenizzato dalla tv, si muovono per le strade di Roma come api ammattite. Chi &amp;egrave; nato qui ha imparato a distinguerli e a seguirli con lo sguardo. Ronzano, infilano il loro pungiglione dove possono; e non si preoccupano neppure pi&amp;ugrave; di fare il miele. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Il sole, ignaro di tutto, cerca un rimbalzo sulle finestre dei palazzi. Sembra quasi un annuncio di primavera se non fosse per il vento che sferza il volto. Solo qualche minuto e arrivo all'Hotel Rapahel. Quando vennero portati alla luce i torbidi legami tra politici e imprenditori, qualcuno venne fino a qui, dove alloggiava Bettino Craxi, per gridare una rabbia impotente (&lt;em&gt;&lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=TgikVvKyc70&quot;&gt;il video&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;). Erano le sette di sera del 30 aprile del 1993. Nei giorni che vennero poi ci furono condanne definitive. Nelle case, in quei giorni, ci fu lo spazio persino per la speranza di uno Stato guidato da norme chiare. A Roma sperammo persino di non vedere pi&amp;ugrave; le &quot;api ammattite&quot;. Chi venne condannato per&amp;ograve; non volle accettare le sentenze, non volle rispettare la democrazia e fugg&amp;igrave;. Qualcuno pens&amp;ograve; a Socrate che quando venne condannato a morte da una giuria di Atene, per un reato che probabilmente non aveva commesso, prefer&amp;igrave; bere la cicuta (&lt;em&gt;&lt;a href=&quot;http://it.wikisource.org/wiki/Critone&quot;&gt;Il Critone&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;). Era convinto che per salvare la democrazia, e non se stesso, doveva rispettare le leggi. Ora qui su Largo Febo, davanti all'albergo, ci sono ancora vetture tirate a lucido mentre un barbone passa rasente al muro con i suoi sacchi di panni sporchi. Poco pi&amp;ugrave; in l&amp;agrave;, su Piazza Navona, alcuni venditori di riproduzioni di paesaggi romani discutono animatamente dei loro piccoli affari e del fastidio procurato dagli ambulanti immigrati. A due cinesi, seduti su una panchina, non resta che gettare qualche briciola di pane agli ingrigiti piccioni.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <dc:creator>Federico Pace</dc:creator>
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      <pubDate>Sat, 09 Jan 2010 15:35:00 +0100</pubDate>
      <title>La chiesa ortodossa di Santa Caterina d'Alessandria, i crocicchi di umanità su via del lago Terrione e le voci di un canto</title>
      <description>&lt;p&gt;Le donne hanno quasi tutte il fazzoletto legato sotto il mento o ancora intorno al collo. Camminano spedite eppure con prudenza tra le buche bagnate di via del lago Terrione, una via corta tra le curve di Monte del Gallo. L&amp;igrave; in fondo, nell'angolo estremo del parco di villa Abamelek, c'&amp;egrave;, e non si pu&amp;ograve; non notare, la nuova chiesa di rito ortodosso russo dedicata a santa Caterina d'Alessandria. La vedete subito: &amp;egrave; celeste come le case delle favole, &amp;egrave; bianca come le terrazze sul mare, &amp;egrave; dorata come le cupole di Mosca. Oltre a vederla la sentite anche: da quasi dieci minuti, il campanaro, un ragazzo col giubbotto firmato, libera nell'aria un richiamo dal ritmo anomalo per chi &amp;egrave; abituato alla &amp;ldquo;musica&amp;rdquo; dei campanili cattolici.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;E' il pomeriggio del 6 gennaio e secondo il calendario giuliano per i russi ortodossi &amp;egrave; la vigilia di Natale. Il viavai dei fedeli infatti &amp;egrave; pi&amp;ugrave; intenso del solito. Sono soprattutto donne alte e bionde. Donne che parlano la lingua madre e probabilmente si rincuorano sorridendo per non essere in ritardo: sulla balconata delle chiesa riconoscono da lontano l'igumeno Filipp ancora vestito di nero che parla al cellulare. Dalla parte opposta arriva un gruppetto di bengalesi, bassini e olivastri, che&amp;nbsp; scendono con in spalla le rose appena divise in mazzetti. Vanno verso i ristoranti di via Gregorio VII, di San Pietro, di Prati, brulicanti di turisti e di persone sfiancate dai saldi. Forse soltanto il proprietario del ristorante veneziano con veranda sulla strada potrebbe dire quante volte fino ad oggi, sicuramente tante, quelle persone, le ucraine e i bengalesi, si sono incontrate senza vedersi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dai piedi di monte del Gallo, il riverbero delle campane ortodosse e il sottofondo del traffico. Un'ambulanza sfreccia verso l'ospedale santo Spirito. Inconfondibile, giunge il suono di altre campane, quelle dal tocco grave e pesante di San Pietro, la cui cupola &amp;egrave; proprio l&amp;igrave;, maestosa ed eloquente, in linea d'aria con le croci slanciate della chiesa del patriarcato di Mosca. Deve essere un bel parlarsi, tutto il giorno. E forse proprio per questo, qui, in via del lago Terrione, il Natale dura pi&amp;ugrave; a lungo, sia per i credenti, sia per i non credenti. La sensazione di passare da un Natale all'altro &amp;egrave; molto forte e non manca di fascino. Si celebra la nascita dello stesso bambino, ma due volte, a distanza di due settimane, il 25 dicembre e 7 gennaio. Chiss&amp;agrave; se le donne dell'Ucraina e della Bielorussia che lavorano a Roma, entrate in chiesa col fazzoletto sulla testa, hanno potuto festeggiare il loro Natale visto che in Italia non &amp;egrave; festa nazionale. Intanto, il coro della divina liturgia della vigilia all'interno della chiesa dalle cupole dorate ha iniziato il suo canto. Da fuori si sente appena. Anche i bengalesi rallentano per capire da dove arrivano quelle voci.&lt;/p&gt;</description>
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      <dc:creator>Alessandra Ottaviani</dc:creator>
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      <pubDate>Fri, 01 Jan 2010 20:31:00 +0100</pubDate>
      <title>Qualche passo lungo il margine del nuovo anno, la consuetudine abbandonata, il degrado e le facce toste sui muri</title>
      <description>&lt;p&gt;Bicchieri di plastica, qualche bottiglia di spumante, diverse confezioni divelte di bengala a pioggia. Di piatti rotti nessuna traccia. Neppure uno che, caduto per sbaglio, si sia solo sbrecciato. Alle nove e mezzo del mattino in giro non c&amp;rsquo;&amp;egrave; ancora nessuno. I pochi che si vedono sono distanti, con un cane al guinzaglio. I primi auguri li scambio sulla Tuscolana, all&amp;rsquo;altezza di Numidio Quadrato, con un bengalese seduto accanto a una pompa di benzina. A chi verrebbe, d&amp;rsquo;altronde, di farsi una passeggiata a quest&amp;rsquo;ora? Con questo tempo, per giunta. Non si capisce se regger&amp;agrave;. Per ogni evenienza preferisco non allontanarmi dalla traiettoria metropolitana. Se comincer&amp;agrave; a piovere, mi baster&amp;agrave; fare pochi metri e scendere.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;ldquo;Hanno sparato poco stanotte.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Per me, come tutti gli altri anni.&amp;rdquo; Era in questi termini che, un tempo, durante la prima passeggiata del nuovo anno, si commentava ci&amp;ograve; che restava per le strade dei botti. Le volte in cui non pioveva, c&amp;rsquo;era pi&amp;ugrave; gusto. Come artificieri perlustravamo il quartiere alla ricerca di quelli non esplosi. Con un po&amp;rsquo; di inscoscienza li facevamo brillare accendendo ci&amp;ograve; che restava della miccia e poi scappavamo il pi&amp;ugrave; veloce possibile. A pranzo poi seguivamo con apprensione i soliti servizi del telegiornale sulla notte appena trascorsa. C&amp;rsquo;era sempre qualcuno che c&amp;rsquo;aveva rimesso come minimo una mano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un frigorifero, un computer da tavolo con relativa stampante. Sono gli unici rifiuti, cosiddetti ingombranti, di cui qualcuno si &amp;egrave; disfatto approfittando della fine dell&amp;rsquo;anno. Sono le undici quando, davanti al sacrato della chiesa di Don Bosco, finisco per rinunciarci. Provo quasi un po&amp;rsquo; di delusione, per quanto la consuetudine di buttare qualcosa di vecchio dalla finestra, un tempo molto diffusa, non si pu&amp;ograve; dire che fosse un gran spettacolo da vedere. Pi&amp;ugrave; o meno come queste facce toste che gi&amp;agrave; da qualche giorno hanno cominciato a occupare tutti i muri, senza alcun riguardo. C&amp;rsquo;&amp;egrave; da scommettere che saranno gli stessi che, una volta eletti, verranno a farci discorsi sul degrado della citt&amp;agrave; e sul bisogno di dare una buona lezione a chi imbratta, devasta e saccheggia.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <dc:creator>Antonio Carbone</dc:creator>
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      <pubDate>Tue, 22 Dec 2009 09:20:00 +0100</pubDate>
      <title>Le allegre e disperate luci di Piazza Navona, il Natale 2009 e il rimpicciolirsi della mela glassata</title>
      <description>&lt;p&gt;Babbo Natale non esiste, entravo nella piazza con questa frase che mi ronzava in testa e che gi&amp;agrave; mi predisponeva alla malinconia. Come un circo che passa in tourn&amp;eacute;e da una citt&amp;agrave; all&amp;rsquo;altra puntualmente agli inizi di dicembre arrivano in questa piazza i burattini, le befane appese, le statue del presepe, i dolci, i palloncini che ondeggiano nel freddo pungente. I bambini la animano, infagottati guardano in un misto di terrore e gioia il Babbo Natale in cerca di fotografia, e anche io torno la bambina disillusa in partenza che guardava gi&amp;agrave; con disincanto le allegre e disperate luci di Piazza Navona.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il segno dei tempi passa anche di qui, adesso ci sono solo bengalesi a incitare, in stridente contrasto, a mangiare la tradizionale ciambella romana. I pochi italiani sono rimasti solo nelle bancarelle del tiro al bersaglio dove i grandi, pi&amp;ugrave; entusiasti dei figli, sparano &amp;nbsp;nel tentativo di portare via un inutile pupazzo di pezza che non sapranno dove mettere mentre la giostra che sa di antico continua a girare, lenta e fuori dalla realt&amp;agrave;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ripenso alla mela glassata sulla lunga stecca che faceva scattare il desiderio. Brillante e accattivante era l&amp;igrave;, i miei occhi si facevano golosi e la voce del rigore la vietava aumentando le mie fantasie. Passo e ripasso a distanza di giorni, come un miraggio mi sembra di vederla proprio in quel modo e invece ora la stecca &amp;egrave; piccola, la mela &amp;egrave; incartata e quella plastica rompe l&amp;rsquo;incantesimo, avanti e indietro tra le bancarelle non la ritrovo, &amp;egrave; gi&amp;agrave; tra i cimeli del museo della mia innocenza scomparsa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <category>cronache</category>
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      <dc:creator>Francesca Pedrollo</dc:creator>
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      <pubDate>Sun, 06 Dec 2009 19:25:53 +0100</pubDate>
      <title>La Basilica di Sant'Apollinare, il cielo velato, l'incontro inatteso e i mille e duecento passi</title>
      <description>&lt;p&gt;Ci capito per caso. Scantonando dalla calca e da Piazza Navona. Dalle grida dei bambini e dalle traiettorie cieche dei turisti. Guardo verso il portone della chiesa. Ad attrarmi &amp;egrave; il viso di una ragazza che sta seduta su un gradino. La Basilica di Sant'Apollinare non &amp;egrave; aperta. Oggi &amp;egrave; domenica. Si pu&amp;ograve; entrare solo dal luned&amp;igrave; al venerd&amp;igrave;. Gli orari, affissi con precisione sul portone, lo dicono chiaro e fanno pensare a una banca. Anche l&amp;igrave;, il sabato e la domenica si riposa. Ai soldi, d'altronde, ci si dovrebbe prestare attenzione solo nei giorni feriali. Ma qui si tratta di confessioni e messe. Per qualcuno si tratta sempre di affari.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La ragazza sembra delusa. E' spagnola. Mi dice che nel suo paese le chiese sono sempre aperte. Chiss&amp;agrave; se ha ragione. Viene da un centro vicino Malaga, dall'Andalusia. Voleva visitare la basilica. Le hanno detto che qui, in questa chiesa, in una cripta sta sepolto una specie di eroe della malavita romana. E' curiosa. Ed &amp;egrave; pure una ricercatrice. Dice, voi italiani siete cos&amp;igrave; particolari, fate cose che nessuno penserebbe possibili. Non so cosa dire. Seppure, forse la penso come lei, non me la sento di darle ragione. Almeno, non subito. Non so neppure cosa intende per &quot;particolari&quot;. E poi, non so neppure se sia il caso di mettersi a discutere, con lei, delle imbarazzanti relazioni del Cardinale Poletti o far vedere di ricordare cosa rispose il vicariato di Roma (&quot;&lt;em&gt;Non si ritiene d'altronde di dover procedere all'estumulazione in quanto l'autorizzazione concessa dal Cardinale Vicario oltre che per il rispetto che si deve comunque ad ogni defunto&quot;&lt;/em&gt;).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Stiamo zitti per un po'. In alto il cielo, con il suo biancore, pare volere ostinatamente celare l'azzuro. Anche la facciata di questa chiesa &amp;egrave; chiara. Bianco e giallo limone crema. Sono i colori del Vaticano. Ora che le sto vicinissmo, il viso della ragazza mostra qualche irregolarit&amp;agrave;. Forse &amp;egrave; meno bella. Ma, per qualche ragione insondabile, sembra ancora pi&amp;ugrave; attraente. Parliamo ancora un po' delle chiese di Roma. Ciascuna ha un segreto, confessa sussurrando a proposito dei luoghi di culto e sembra parlare d'altro. Si sistema i capelli e fa per alzarsi. Dice che vuole andare a vedere la Basilica di San Pietro. Mi chiede se voglio accompagnarla. &quot;In fondo &amp;egrave; pure vicino&quot;, rispondo un po' imbarazzato. Mi alzo pure io e cominciamo ad andare verso il Tevere. Se non fossi sorpreso da questo incontro inatteso, forse presterei pi&amp;ugrave; attenzione al fatto che, da qui a San Pietro, da questa basilica che &quot;suscita perplessit&amp;agrave;&quot; alla casa del Papa, ci sono solo mille e duecento passi.&lt;/p&gt;</description>
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      <dc:creator>Federico Pace</dc:creator>
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