El campo di Hernán Belón e la paura di vivere

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di ANTONIO CARBONE

Ci sono film scomodi che sin dalla prima scena ti mettono a disagio costringendoti a cambiare continuamente posizione. Non c’entra la poltrona su cui sei seduto, puoi stare anche in quella più comoda che esiste al mondo, l’effetto probabilmente non cambierebbe di molto. “El campo” del regista argentino, Hernán Belón è uno di questi. Di lui non sapevo niente. Mi sono fidato delle poche immagini intraviste in un trailer e poi, assecondando un desiderio masochistico, devo ammettere, ho deciso di andarlo a vedere.

La storia infatti è di quelle angoscianti, per quanto non mancano sprazzi di felicità ma l’impressione che domina è che da un momento all’altro possa accadere qualcosa di tragico. C’è una suspence da thriller. Poi scopri che la paura, appunto, è tutta nella testa della protagonista accentuata da una casa abbandonata e da una campagna isolata d’autunno in cui  il marito ha avuto la sciaugurata idea di portarla con la figlia di un anno, nella speranza di ricominciare una nuova vita lontano da Buenos Aires. La solita fuga, destinata spesso al fallimento, non tanto per la velleità del progetto quanto per la  difficoltà di condividerlo.

Lo scontro tra i due è immediato: tanto bucolico lui quanto apprensiva lei per ogni rumore che si avverte di notte. E questa ansia, questa preoccupazione te la trasmette bene, al punto che avresti voglia di incoraggiarla a tornare in città, così come pensava di fare anche lei in un primo momento. Poi capisci che le sue paure, così come la sua diffidenza per l’unica vicina, dipendono tutte da qualcosa di più profondo. Niente di così difficile da capire: in uno dei pochi momenti di lucidita’ lo spiegherà lei stessa proprio alla vicina di cui nel corso dei giorni diventerà amica. Si tratta della paura del tempo che passa, dello scoprirsi non più giovani. Alla cui confessione l’anziana donna ha modo di rispondere con la naturalezza di chi è avvezzo ai ritmi della natura: “Dobbiamo vivere”. E in quel “dovere” sembra essere racchiuso tutto il segreto della sua vita.

Di solito questi sono film che si vedono in sale minori e per giunta quasi deserte. Ma ne vale sempre la pena. Per quanto vuote, la visione rimane un fatto collettivo. Solidarizzi col quelle poche persone di cui in attesa della proiezione hai inevitabilmente ascoltato pezzi di dialogo: il pranzo della domenica, le impressioni su una persona rivista dopo tanto tempo, gli acciacchi di una mamma… Insomma la solita esistenza metropolitana di persone che non rinunciano ancora al rito del cinema inteso come uno scambio di esperienza, alla stregua di un incontro su un treno in cui ci si apre e ci si chiude a fisarmonica a seconda della persona che ci si trova davanti

E’ stato così anche questa volta. In tutto il film, che hai tempi del racconto, non si fa mai un accenno al passato, così come rimane sempre vago il loro velleitario progetto futuro. Ti devi accontentare di quello che succede in quel momento. Tutto il loro passato lo puoi intuire da qualche frase, gesto, dalla luce autunnale che irradia la casa. Il regista si concentra per lo più sugli stati d’animo tale che se di realismo si tratta, si deve parlare di un realismo esistenziale. Antonioni lo avrebbe apprezzato, credo. Ma questa del resto sembra anche la strada obbligata per un certo tipo di cinema. Stretto tra film di effetti speciali sempre più sofisticati e di storie schiacciate sulla fiction televisiva, il cinema, o almeno quello che una volta si definiva d’autore,  è costretto a osare di più. Ambire cioé a quel grado di espressività da tempo raggiunto in letteratura. A sviluppare attraverso le immagini un pensiero.