Don DeLillo una sera a Roma al Massenzio

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di MATTEO SARLO

Da piccolo, fino agli otto o nove anni, non credevo alla Storia. O ci credevo, ma solo per poco, finché ero in classe. Mi spaventava la sua brevità da racconto. Come credere ai riti sacrificali romani, o alle polis greche, e, ancora prima, ai pterodattili nel cielo, anche dopo la campanella. Davanti alla basilica di Massenzio, o Basilica Nova, o Basilica Costantini, ieri sera ho riprovato l’orrore di chi vive un racconto. Qui si terrà, dal 19 maggio al 23 giugno, la decima edizione del festival delle letterature. Arrivo alle venti e trenta. Lo spettacolo inizia alle nove. Ricordo, ora con meno paura di anni fa, o con maggiore rassegnazione, che la basilica fu fatta costruire da Massenzio agli inizi del IV secolo e terminata da Costantino. Dentro mi aspetta un amico ma la fila è lunga, così, mi accodo all’ultimo e procedo lentamente, seguendo i piedi di chi sta davanti con l’accuratezza dell’investigatore per le orme dell’assassino. Questa sera saranno ospiti Sandro Veronesi e Don DeLillo.

Il giacchetto blu elettrico di Valerio, amico e vicino di casa, lo riconosco facilmente e, così, procedo nella sua direzione, scoprendo, senza stupore dato l’orario, che ai suoi piedi è poggiata rassicurante una busta bianca. Panini per la serata. Più un’edizione tascabile di Rumore Bianco, Di DeLillo, vincitore nel 1985 del National Book Award. Il tema di questa sera è Storia e storie. Mentre Veronesi legge il suo inedito insieme a Andrea Bosca, consumo la rosetta che mi spetta. Poi è il turno di Asia Argento che legge l’incipit di L’uomo che cade dell’autore americano di origini italiane.

Poi, finalmente, Don DeLillo sul palco che legge, in inglese, il suo inedito. La voce del Bronx rotola tra le sedie sulla ghiaia e nei ciuffi d’erba solitaria, sbatte contro le volte della navata nord e mi porta dalla basilica a Manhattan, dove ora vive lo scrittore newyorkese.

Racconta di quando i genitori lasciarono Campobasso per raggiungere l’America. Racconta di come sia cresciuto nel Bronx e come anche Lee Harvey Oswald, condannato per l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, sia cresciuto proprio vicino a lui. Quando Oswald aveva 13 anni, DeLillo ne aveva 16.

Quando la narrazione cessa e le luci si riaccendono, ho più chiaro dove mi trovo, e quando. DeLillo ringrazia e scompare. Durante la discesa conservo ancora l’eco fragile della voce del Bronx, sempre più sottile quando supero il Colosseo e raggiungo la macchina a via Cavour. Tornato a casa, mi metto subito a letto perché inchiodato al suono della sveglia. Penso che fosse questo che mi spaventava da piccolo; quando il racconto cessa, quando la narrazione si conclude e, così, non c’è più una parola a testimoniare, i fatti si sgretolano. Già non sono mai stato a sentire DeLillo che raccontava dei suoi tredici anni, dei suoi genitori, di quando per scrivere Libra ha letto tutti i volumi della commissione Warren. Non sono mai stato seduto ad aspettarlo. Esisto solo adesso, senza passato. E, sotto le dune delle coperte, non credo più di avere mai avuto otto o nove anni.

  • L’ARTE DELLA SCRITTURA: intervista a Don DeLillo sul The Paris Review