Doisneau in mostra a Roma

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di FEDERICO PACE

Si prova un senso di spaesamento non appena si entra negli spazi della rassegna antologica dedicata al grande maestro della fotografia Robert Doisneau. Nelle sale del Palazzo delle Esposizioni di Roma, subito dopo avere visto l’immagine in bianco e nero del fotografo nel pieno dei suoi anni, ci si trova quasi perduti a cospetto della tanta gente che è li per vedere e della grande mole di foto selezionate (oltre duecento) tra quelle che l’artista francese scattò tra il 1934 e il 1991.

Da dove iniziare d’altronde i prima passi di una mostra? Ci sono le persone che si muovono e sussurrano. Ci sono quelle immagini appese alle pareti. C’è l’umanità e l’arte, le voci e il silenzio. Non appena entri, paiono due mondi in collisione. E la gente è così viva e vera, quando ti sfiora il braccio, quando una ragazza sussurra a un’amica una parola in francese, quando scambi uno sguardo con lei. Persino l’arte di un maestro pare fare un passo indietro. Ma poi la vita prosegue.

Trovi una varco e ti metti a guardare la prima foto che non sia occupata da gente intorno. Ci sono due uomini fermi davanti a una boutique. La strada sale leggermente verso destra. Il sole arriva da destra e illumina di taglio il volto di un giovane Bob Giraud, fratello notturno di Doisneau, vestito di scuro e riluce anche sul cappello e sugli abiti di Romi. La foto è stata scattata al numero 15 di rue de Seins, dove si trovava la “strana boutique di antichità” di Romi. Due tipi singolari. Un quadro e una misura perfetti. L’umanità ora pare moltiplicarsi. E’ sia nella foto, sia nella sala.

L’immagine è stata scattata nel 1947. Non so, ma a vederla mi piace pensare sia stata catturata al mattino quando forse tirava pure una brezza leggera. A godersela, quella brezza doveva essere pure il cagnolino che stava quasi in posa, a guardare verso oriente. Robert Doisneau, d’altronde, era un fotografo mattutino. In un’intervista raccontava la sua predilezione per questa attitudine: “accumulo cose durante la notte. La mattina mi alzo e ho voglia di andare a raccoglierle”.

E poi quando fotografava non stava mai troppo vicino alle cose. La giusta distanza, ha confessato, gli è “stata dettata dalla timidezza. Mi dispiaceva non stare più vicino alle persone, ma non osavo avvicinarmi troppo”. Tra le più ravvicinate al soggetto della foto che si intravedono in questa mostra, c’è quella della fisarmonicista (“era troppo carina”, scrisse Doisneau). Lei insieme a Madame Lulu, “donna dal fisico tarchiato e voce alla Berthe Silvya”, irruppero in una tranquilla domenica mattina del 1953 nel mondo curioso di Doisneau. La canzone che suonava, ha raccontato Doisenau era Non puoi immaginare quanto ti amo. Lo faceva però con “disdegno e aria distaccata”. Il gruppo di Doisenau ne fu attratto così irresistibilmente che le seguirono per giorni e giorni. Chissà cosa accadde poi alle due donne.

Poi ancora altre foto. Incrocio di nuovo la ragazza francese e la sua amica. Anche lei ha un’aria un po’ altera. Anche lei è “troppo carina”. Piano piano, girando tra le sale, si prende confidenza con gli spazi, con le persone, con le immagini, come accade con una città. Che sia Roma o sia Parigi. Anche in questa sala, in queste traiettorie incuriosite, ciascuno dà l’idea di tracciare gli stessi percorsi casuali, incerti e poi d’improvviso familiari, che si compiono attraverso una grande città.

“Con il suo continuo strusciarsi contro l’arredo urbano – ha scritto Doisneau – la popolazione di Parigi ha conferito alla città quella patina che abbiamo finito per amare. Anch’io, con il mio continuo passare in su e in giù, ho talmente contribuito alla lucidatura delle suppellettili stradali che, per la prima volta nella mia vita, provo un vago senso di possesso”.

Si continua a girare, a strusciarsi, e ci si accorge che ci sono quasi tutte le foto più note. C’è il Bacio dell’Hotel de Ville che nel 1950 la rivista Life gli commissionò per descrivere l’anima di una nazione, per inseguire il francese romantico impegnato in tante attività che arriva a baciarsi per strada. C’è il ritratto di Alberto Giacometti in rue d’Alesia nel 1958. Ci sono le foto del bistro di rue Maitre-Albert. Quelle di Le Halles e della vita quotidiana.

Gli artisti seguono mille strade. Alcuni prediligono vie impervie e ci portano in spazi remoti e abissali. Silenziosi, profondi e lontani dalla vita e dall’umanità. Antri necessari per comprendere cose che altrimenti non capiremmo mai. Altri, invece, preferiscono percorsi che hanno un procedere più gentile e paiono aprirci le porte per avvicinarci alle persone e al mondo in cui viviamo. Paiono, questi artisti, quasi prediligere la felicità. Doisneau, è uno di loro. Era proprio lui, d’altronde a dire che “la fotografia per me è un momento di felicità. Ci si sente dilatati da quello che ti entra negli occhi”.

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Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_