David Grossman e il riscatto dell’individuo

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di FEDERICO PACE

In una domenica di luce e vento, David Grossman si è incamminato lungo i bui corridoi dell’Auditorium di Roma per dire qualcosa di sé e della complessa arte della scrittura. Per molte ore, nello stesso giorno, il cielo era stato azzurrissimo, poi, lentamente aveva ceduto il suo colore marino al procedere della sera. Allora, Grossman è sbucato da una quinta della Sala Petrassi, ha fatto pochi passi sul palco e si è seduto su una poltroncina rossa. Ha stretto le mani quasi in preghiera e ha cominciato a ascoltare i suoi interlocutori.

Si è parlato del camminare e dello scrivere e subito, Grossman è sembrato venire da un’altra terra, da un altro luogo, da un altro spazio. L’inglese essenziale, la gentilezza e l’innocenza conservata nonostante tutto (la morte del figlio sopra ogni cosa), la voglia di ragionare e confrontarsi, l’ardire di confessare, ancora adesso, le paure che lo inseguono a ogni passo.

Ha cominciato quasi subito mettendosi a nudo, senza alcun timore o ostentazione: “Quando ho perso mio figlio, sette anni e mezzo fa, ho avuto paura di perdere l’abilità di muovermi dentro di me, ho avuto paura di gelarmi”. Molti tra il pubblico conservavano il ricordo della lettera che scrisse al figlio Uri in quell’occasione così dolorosa.

Molti sapevano di questo scrittore che si mise a scrivere (A un cerbiatto somiglia il mio amore) della donna e madre che si mise in cammino per Israele per fuggire il terrore quotidiano di sentire bussare alla propria porta qualche ufficiale con la notizia della morte del figlio in guerra. Molti sapevano che lo scrittore, durante la stesura di quel libro si mise anche lui in cammino per Israele per capire a fondo cosa volesse dire entrare in contatto così diretto con la terra. Molti sapevano che poi la realtà si sovrappose crudelmente alla finzione, e che Uri venne chiamato in guerra e che poi venne ucciso.

La giacca blu, i pantaloni grigi, ogni tanto fa sì con la testa, altre volte guarda in alto cercando un pensiero, degli anelli da trapezisti su cui potersi issare, per recuperare un’emozione o sentirsi più leggero di quanto forse gli interlocutori, o la vita stessa, lo sta facendo sentire. Chiunque lo ha guardato dalla platea, con un poco di attenzione, si è accorto che, seppure seduto su quella poltroncina rossa, David Grossman non faceva altro che “muoversi dentro di sé”.

E’ tornato sulle sue paure, sulle nostre paure. “Abbiamo il terrore che la nostra vita cambi”. E lo ha detto con lentezza, lasciandocelo scivolare dentro, aspettando che ciascuno avesse il tempo di accogliere quella frase, che quelle parole, come un liquido, trovassero il cavo dove depositarsi dentro di noi, agganciassero l’esperienza personale che ne amplificasse il senso fino a permettere una profonda comprensione. Allora, solo poco dopo, ha ripreso a dire, quasi per restituire forza a sé e a noi: “scrivere in qualche modo è frantumare noi stessi in tanti pezzi e cercare poi di ricomporli in una storia”.

Ha continuato a parlare, a dire che il libro è un processo di scoperta di significati che lo scrittore non conosce. Ha parlato di nuovo di paure, di cose che possono essere viste solo nello spazio della storia e poi ha aggiunto, che “un libro è più intelligente e generoso dello scrittore”. Poi, ci ha aiutati a salire un ultimo gradino: “i lettori hanno il libro, il prodotto finale, io ho avuto il lungo viaggio che ho attraversato per costruire quella storia”.

Si è tolto e messo continuamente le cuffiette per capire quello che dicevano l’intervistatore e lo scrittore italiano che erano con lui sul palco. Ma poi è arrivata forse la questione essenziale. L’intervistatore ha chiesto, più o meno, quale sia il ruolo politico di uno scrittore in un tempo di mass media. “In questa cultura di massa, lo scrittore guarda all’individuo, questo può fare lo scrittore, dare legittimità agli individui e permettere agli altri di vederli”. E ha aggiunto in maniera esplicita: “La responsabilità di uno scrittore è quella di essere preciso”.

Ha parlato di Israele, della Palestina, delle nuove immigrazioni, del terrore istillato dal governo, dai giornali. Ha spiegato che non gli interessa raccontare un conflitto, ma ha a cuore “cosa vuol dire essere un uomo durante un conflitto, come degenerano le sue qualità, come si riflette questo evento nei più intimi gesti.” E’ stato esplicito e ha voluto che tutti capissero: “Io non ho risposte, voglio solo cercare le condizioni umane in modo che il lettore e il personaggio si uniscano”.

Grossman, mentra parlava, è sembrato quasi tracciare dei cerchi in terra, sempre più piccoli, fino a che non riusciva a disegnare quello più definito e preciso. Allora ha cominciato a dire dell’arte di Flaubert. “Quando Madame Bovary si innamora del giovane Leon, ha bisogno di trovare un posto per fare l’amore con lui, siamo in un piccolo paese, non è così semplice”. Ha ricordato della corsa in carrozza e del modo con cui tutti additano la coppia scandalosa. “Ecco, quando noi leggiamo una storia così nei mass media, noi siamo quelli che additano la coppia, ma quando leggiamo Flaubert, noi siamo la coppia”.

Le persone che prendono vita nei libri e s’agitano e ci agitano. I personaggi a cui ci avviciniamo, fino a comprendere ogni cosa, le debolezze, le gioie, le miserie e le grandezze. Questo è l’atto politico dello scrittore, riscattare l’individuo. La sera si è chiusa, Grossman si è allontanato quasi di fretta, sarà dovuto andare a firmare le copie dei suoi libri e così tutti lo abbiamo perduto di vista. Le luci si sono accese e pian piano ciascuno è tornato a sé, a sistemarsi la giacca, a riavviare la vita elettronica del cellulare e a ripercorrere a ritroso quei corridoi che ora portavano all’esterno. Verso il cielo notturno e i silenzi delle strade.

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Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_