Da San Lorenzo a Prati, il ritorno in ufficio tra incanto e realtà

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di FRANCESCA PEDROLLO

Gli studenti pendolari con i visi stanchi del lunedì mattina si avviano all’università, a frotte aspettano al semaforo con la prima sigaretta della giornata in mano, così diversi nella postura dal militare, bustina in testa, che, composto, si avvia verso la caserma. Ci sono giorni in cui rinuncio volentieri allo scooter o alla metro, preferisco andare in ufficio a piedi. Da San Lorenzo a Prati sono circa cinque chilometri, poco più di un’ora di cammino in cui sfilano davanti ai miei occhi immagini e volti ogni volta diversi eppure…

A Termini incontri ancora qualcuno, viso contadino, con moderne valigie di cartone, alla ricerca di uno sguardo amico, mentre nei dintorni già si aggirano con le loro cartine  turisti sicuri, si guardano bene dal chiederti un’informazione. Alla sospensione delle luci si sostituisce, come in un cambio scena, la ripresa operosità.  Mi muovo per le strade del centro, tra giovani commesse che si scambiano i primi saluti mentre alzano le saracinesche dei negozi, manovali e netturbini già al lavoro da più di due ore, in attesa della pausa caffè, persone, ancora assonnate, al guinzaglio del loro cane, uomini spavaldi e indifesi con la ventiquattrore, colletti bianchi che scendono dagli scooter, che in fretta chiudono le catene, con movimenti rapidi e precisi, a scatti, come degli automi, dimentichi di tutto, freddi davanti al barbone che, accasciato vicino alla banca, chiesa di questo secolo, chiede una moneta.

A Piazza di Spagna seduta sempre davanti alla stessa vetrina una donna, con un  volto e una posa che mi ricorda una foto di Dorothea Lange, figura ieratica, pelle bruciata al sole, capelli sempre pettinati, sguardo vivo. Ogni volta che passo davanti a lei mi sento una ladra di espressioni, rubo un particolare, le unghie perfettamente curate, il deodorante spruzzato, le gambe elegantemente accavallate. E poi mi risvegliano i fumi delle caldarroste, l’impercettibile odore dei fiori di serra, lo sguardo dei bambini del centro, accompagnati dai padri o dalle tate, non ancora scalfito dai dolori della vita. Con l’attraversamento del ponte il film finisce, esco da un mondo incantato per entrare nella finta realtà.