Da Porta Maggiore a Brasilia

Roma-1-dicembre-2012-018

di ANTONIO CARBONE

Pochi giorni fa il famoso architetto brasiliano, Oscar Niemeyer, è morto. Sfogliando una rivista o guardando la televisione, è difficile non essersi imbattuti in una delle sue opere in gran parte ispirate allo stile di Le Corbusier con cui Niemeyer, nel corso della sua lunga vita, ha avuto modo di collaborare. Dalla sede della Mondadori a Segrate, vicino Milano, agli edifici di Brasilia, la città che fu progettata in gran parte da lui e realizzata velocemente tra il 1956 e il 1960 (vedi BBC: Brasilia, Does it work as a city?). Con lo stesso spirito con cui, in soli 253 giorni, nel 1935 sorse Sabaudia  sulla base dei progetti di quattro architetti razionalisti: Eugenio Montuori, Alfredo Scalpelli, Luigi Piccinato e Gino Cancellotti.

Seppur lo scopo di Niemeyer fosse quello di contribuire a  dare un volto nuovo al suo paese, lontano dall’immagine dell’architettura coloniale e barocca che l’aveva caratterizzata fino a quel punto, è probabile che qualsiasi tentativo di tirare su dal nulla una città, in tempi così veloci,  necessariamente finisca per suggerire l’idea di una colonia. Di qualcosa cioè in cui è impossibile ritrovare le tracce del tempo e quindi della storia. Quale occasione migliore per rifletterci girando per le strade di Roma, esempio unico al mondo di una stratificazione così millenaria?

Gira e rigira sono sempre qua. Che cosa mi attrae di preciso non l’ho ancora capito. Resta il bisogno di tornarci spesso. Per certi aspetti è come quando, vivendo in una città di mare, senza neanche deciderlo ci si avvia lentamente verso la zona del porto. Almeno credo che così sarebbe andata a finire se se fossi rimasto a vivere a Napoli. E così mi immagino pure il percorso che farei se, per ipotesi, mi fossi trasferito ad Atene o a Istanbul. Ma pure a Genova o Marsiglia.

A tutte le ore Porta Maggiore ha la stessa energia che deriva dall’incrocio di mezzi diversi. Ciò che la caratterizza non è il traffico ma i traffici. In questo plurale è già contenuto l’idea di porto. Di sbarco e di imbarco e naturalmente di confine. Oltre c’è la città così come oltre la banchina, c’è il mare. Mi affascina pure la dispersione continua dovuta alle traiettorie infinite che ogni persona intraprende, con i suoi carichi, non appena scende dal tram. Il tempo di metterla a fuoco che è già scomparsa. Si è dileguata. E l’unico modo per ridarle concretezza e starle appresso con l’immaginazione.

E’ forse questo il criterio per individuare la riuscita di una piazza?  E’ un caso che certi luoghi si presentano così refrattari al vissuto da non costringerti mai a tornarci senza uno scopo? Sto pensando agli outlet e più in generale a tutti quegli artefatti costruiti più che per ospitare e accogliere per esporre secondo il principio degli stand all’interno di una fiera. In questi casi il disegno architettonico si impoverisce fino a diventare avvilente. Involontariamente ti viene da pensare al modo in cui sono stati progettati in fretta e furia. Risparmiando sui materiali e sulla messa in opera.

Non c’è nessuna ambizione a durare. Forse la rottamazione, quest’espressione così di moda oggi che si è imposta come una nuova ideologia, ha un senso proprio per questo. Se le cose non invecchiano con dignità, diventa naturale sostituirle. Rimpiazzarle. Ti costa meno comprarne un paio nuove che ripararle. Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere a proposito delle suole delle scarpe?

E’ questo allora il segreto dell’architettura del passato: il respiro lungo. Che ritrovi in ogni opera. E’ impressionante, per esempio, il modo in cui in questo slargo le Mura Aureliane ribadiscono la loro presenza anche là dove sono ridotte a ruderi. L’armonia con cui edifici e strutture diverse sono state pensate vicine. Nel modo in cui stanno bene insieme, riconosci l’empatia di chi queste opere le ha progettate. In questo caso l’unica ideologia era quella rappresentata dalla ragione. Sulla base del principio appunto che una città come ogni organismo ne custodisca una.

E’ probabile che i protagonisti del movimento moderno proprio a ciò si sono rifatti. La forma doveva essere sempre al servizio della funzione. Nel Novecento il problema era soprattutto questo: come fare ad assicurare una abitazione a tutti in un contesto dignitoso e vitale. Poi però si sono fatti prendere la mano. Si sono talmenti sentiti investiti da questa esigenza sociale da andare oltre. Spingendo l’ideologia all’estremo. Così almeno mi spiego il modo in cui Le Corbusier è passato dal minimalismo di molte opere all’Unità di abitazione di Marsiglia. Da questo punto di vista non si contano i danni che indirettametne ha contribuito a fare. Sto pensando alle vele di Secondigliano. Allo zen a Palermo. Ma il discorso si può estendere a tante altre città. Oggi questi edifici mostruosi sono il simbolo di un fallimento.

C’è un nesso tra questa ideologia, ispirata ancora a valori sociali e quella degli outlet e dei centri commerciali? Ci penso spesso ogni che mi capita per esempio di andare al centro direzionale a Napoli. Una realizzazione immensa e brutale, progettata dall’architetto giapponese Kenzo Tange a metà degli anni Novanta e che a distanza di vent’anni si degrada a un ritmo così veloce da rendere vano qualsiasi sforzo di manutenzione. L’illusione di poter concentrare in un solo luogo tutti gli uffici rispondeva all’esigenza di decongestionare il centro storico, ma gli effetti sono poco apprezzabili. Come è stato possibile non tener conto che il segreto delle città italiane consiste in questa tensione continua tra l’accumulo e la dispersione? Ma soprattutto perché gli architetti non prendono più spesso il tram?