Cosa piove dal Cielo e il fascino dimesso di Ricardo Darín

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di MATTEO SARLO

Oggi esce nelle sale italiane il film argentino Cosa piove dal Cielo, Un cuento chino in castigliano. A Roma si può vedere al Mignon, al Greenwich e al Giulio Cesare. Il film ha vinto il premo Marc’Aurelio d’Oro al Festival Internazionale di Roma 2011. L’attore protagonista è Ricardo Darín. Ricardo Darín, già solo il nome sembra il titolo di un romanzo fantastico. Di quelli che saltano subito agli occhi, Tenera è la notte, Domani nella battaglia pensa a me, Sopra eroi e Tombe. Mistici e robusti. Eppure Darìn ha la faccia affettuosa e lo sguardo meditabondo. Come chi guarda sempre di sbieco.

La storia è l’incontro tra un cinese, poetico nella sua solitudine argentina di Buenos Aires, alla ricerca di uno zio che pare non lasci tracce dietro sé, e di Roberto ferramenta accidioso. Porta con sé il cinese. Lo fa vivere a casa sua. Ma il cinese non parla castigliano, né il ferramenta il mandarino. Le sequenze si avvicinano a quelle di un film muto. Le colazioni silenziose tra i due strappano le risate.

Dopo essere stato Benjamin Esposito in El secreto de sus Ojos, oscar 2010 come miglior film straniero, assistente del pubblico ministero che torna a distanza di anni su un caso di stupro mai veramente chiuso, Darín ora, in Un cuento Chino, è un uomo dimesso che lo vedi da subito, dalla prima inquadratura, innervosito, irrequieto; mancano circa venti viti al pacco consegnatogli e allora chiama il fornitore e si fa sentire, perché non ce la fa più a tacere e passarci sopra.

Mentre il film prosegue mi accorgo che il castigliano mi ricorda sempre la letteratura di Javier Marias. Le prime parole del primo libro, Un corazon tan blanco, che ho provato a leggere in originale e, ora, i gol “argentini” del Barcellona. Purtroppo, però, pure se con i sottotitoli in italiano, provo anche io il disagio del cinese a Buenos Aires.

Ma come il cinese rimane aggrappato a Roberto il ferramenta, da spettatori non si può non rimanere attratti da Darín. Più per come è dimesso che per quanto è affascinante. In Argentina deve essere l’idolo delle ragazze, dalle foto da giovane, ricorda l’attore e personaggio televisivo italiano Pietro Taricone. Eppure, proprio in questo film sembra piacere perché pare un Al Pacino argentino, per quel modo trasandato con cui l’ex spacciatore portoricano Carlito Brigante si presenta in Carlito’s Way o un personaggio di Chi ha ucciso Palomino Molero? di Mario Vargas Llosa quando l’assistente confessa a Lituma di essere innamorato di una cicciona meravigliosa solo per lui.

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MATTEO SARLO Ha scritto per diverse riviste filosofiche e di critica cinematografica. Ha pubblicato Passagi sul vuoto, un saggio sul concetto di «vuoto» in filosofia. Sta  traducendo dal tedesco il saggio di Emil Staiger Die Zeit als Einbildungskraft des Dichters