C’era una volta in Anatolia e la vita irrisolta degli uomini

Roma-017

di ANTONIO CARBONE

C’era una volta in Anatolia (Once upon a time in Anatolia) di Nuri Bilge Ceylan, premiato al 64° Festival di Cannes ha dovuto aspettare un anno per avere una distribuzione in Italia (guarda le sale italiane dove viene proiettato). I più fortunati hanno avuto la possibilità di vederlo al Festival del cinema turco di Roma a settembre scorso. Vi riproponiamo una recensione realizzata in occasione di quella visione.    

E’ poi è arrivata la pioggia. Lenta, stracca, come un maratoneta giunto esausto al traguardo. Il solito odore di polvere bagnata si è alzato dall’asfalto e uno, ancora più intenso, di terra umida dai giardini di Castel Sant’Angelo. Nel frattempo è probabile che su via della Conciliazione i turisti abbiano accelerato il passo alla ricerca di un riparo mentre i più previdenti abbiano tirato fuori dagli zaini k-way e ombrellini.

Oltre alla pioggia è stato questo cielo che improvvisamente si è chiuso a sacco, conferendo al castello un’aria rurale e remota, a farmi tornare alle immagini del film di ieri: C’era una volta in Anatolia (Once upon a time in Anatolia) . Il film del regista e fotografo turco, Nuri Bilge Ceylan, vincitore a Cannes il maggio scorso, non ha avuto per il momento nessuna distribuzione e per vederlo l’unica occasione è stata il festival del cinema turco che si è chiuso appunto ieri alla Casa del Cinema a Roma. Anche questo è un segno dei tempi che stiamo vivendo: nelle sale oramai è difficile trovare film che vanno oltre quel giro facile – quasi da canzonetta sanremese – a cui tutti ormai sono costretti ad affidarsi per cercare di fare cassa. Giro facile e trovate narrative altrettanto di corto respiro.

Come nei film precedenti –  Uzak e Il piacere e l’amore – anche in questo Ceylan non fa affidamento su nessun intreccio, tanto meno su colpi di scena. Tutto è implicito, esigendo proprio per questo dal pubblico uno sforzo maggiore. Quello di dare forma al vissuto dei protagonisti, e così facendo impegnandolo in una vera esperienza. Si può decidere di  entrare in una sala del resto per tanti motivi – per concedersi due ore di svago, per esempio  – ma il cinema, non dimentichiamolo,  è soprattutto un’esperienza.

In auto un medico, un procuratore, un commissario e un uomo che ha confessato un omicidio, seduto nel sedile posteriore tra due agenti, percorrono di notte strade sterrate alla ricerca del luogo in cui  è stata sotterrata la vittima. Per più di un’ora è buio non solo nella sala ma anche sullo schermo. Ad eccezione delle porzioni di paesaggio su cui cade il fascio di luce dell’auto nel tentativo di aiutare l’uomo nell’individuare il punto esatto. Si passa da un luogo all’altro sulla base di pochi indizi: una fontana, un albero e ogni volta l’uomo dichiara di essersi sbagliato. Noi stiamo in quell’auto. Proviamo fastidio per tutto quel buio e, come i protagonisti, ci teniamo svegli ascoltando i dialoghi che apparentemente sembrano banali e che invece, come in un racconto di Cechov, a poco a poco aprono dei sottili spiragli sulla vita di questi uomini.

Un po’ di luce arriva solo quando stanchi di girare a vuoto, decidono di fermarsi in un villaggio per cenare. Ma qui, ironia della sorte, per colpa del temporale che sta arrivando se ne va via l’energia elettrica. Anche per questa ironia non voluta, il tono di Ceylan ricorda quello di Kiarostami, de Il tempo ci porterà via.  Ritroviamo la stessa fiducia nella monotonia della vita. Tutti infatti sembrano subire quella situazione, il dottore più di tutti. E per ingannare il tempo, ognuno non può fare a meno di  parlare rimandando, senza volerlo, a quella parte di sé da cui  é  stato costretto ad allontanarsi per l’urgenza del lavoro. Evidentemente non si poteva aspettare il mattino per effettuare il sopralluogo.

Poi arriva finalmente l’alba. Bagnata dalla pioggia che si era solo avvertita incombere per tutta la notte. Cade sui vetri dell’auto e solo a questo punto Ceylan ci concede un po’ di musica. Poi certo accade pure il ritrovamento del corpo con relativo verbale affidato al procuratore e al medico. Ma questo ritrovamento non disvela niente. Non stiamo seguendo un giallo, logico con il suo finale rassicurante. Per più di due ore siamo stati in viaggio in Anatolia. Cosi che quando alla fine usciamo dalla sala e velocemente ci lasciamo dietro villa Borghese, su via Veneto proviamo interesse più a pensare alla vita irrisolta e inafferrabile di quegli uomini, che a osservare la gente seduta ai tavoli con quell’aria così soddisfatta e persuasa di sé.