Avatar al Warner Village Parco de’ Medici

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di MATTEO SARLO

Mi trovo dentro la sala d’attesa del cinema Warner Village Parco de’ Medici. Più di tre chilometri dal centro di Roma, zona Magliana Vecchia. Qui ci sono 18 sale. Negozi di intimo nella stradicciola appena fuori il cinema. Negozi di macchinette d’epoca in miniatura. Piste da bowling. Le mani delle ragazze che vedo, cadono quasi sempre dentro altrettante mani di ragazzi. Due anziani passeggiano fuori dal cinema. Camminano avanti e indietro. Lei ha i capelli corti e una sciarpa bianca stretta attorno al collo. Lui ne ha pochi, ormai, di capelli. Vicino a loro, il nipote che si muove a zig-zag.

In attesa per la fila tutti ripetono la stessa parola al momento di chiedere il biglietto: “Avatar”. Il trisillabo rintocca come le cinque del pomeriggio sotto l’orologio di Westminster. Avatar, megafilm di James Cameron, sembra particolarmente adatto a questo luogo. In questo simulacro di mondo, il film artificiale per eccellenza. In 3D. Indosso gli occhiali e mi sembra di non essere più nella sala cinematografica ma su Pandora, dove le montagne fluttuano per aria e un popolo blu si batte per il proprio riconoscimento. È un’immersione in un’acqua di pixel che ti porta al largo. Tanto da non vedere più la riva.

Fuori dal cinema scorgo i due anziani, usciti poco prima di me dalla stessa sala. Il nipote non sta più nella pelle, vuole rientrare nella sala per rientrare in Avatar. La donna guarda il plasma sopra la biglietteria per vedere il prossimo spettacolo. Tra mezz’ora. Me ne vado verso l’immenso parcheggio, i suoi cartelli orientativi e la mia macchina. Chissà se il bambino riuscirà ad entrare ancora nel suo simulacro o gli toccherà accettare, con le ginocchia unite sul sedile posteriore dell’auto, il dettagliato rimpicciolimento dell’edificio e del suo sogno artificiale.