Assange all’ambasciata dell’Ecuador e la nuova dissidenza

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di ANTONIO CARBONE

Solo venerdì le Pussy Riot sono state condannate a Mosca e oggi Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, parla dal balcone dell’ambasciata dell’Equador a Londra dove è stato costretto a rifugiarsi per evitare una sicura estradizione e un processo.

C’è un nesso tra le due vicende? Certo che sì. A partire dal supporto di sostenitori che entrambi hanno generato in tutto il mondo, sfruttando paradossalmente le stesse leggi che sono alla base della celebrità. Anche se non è da escludere che molti  che hanno criticato la sentenza di venerdì,  perché troppo severa, approverebbero invece una  condanna per Assange.

La vicenda di Assange così come quella delle Pussy Riot fa tornare alla mente immagini del mondo di prima della caduta del muro di Berlino quando nell’ex Unione Sovietica i dissidenti  si dividevano tra i più fortunati che ruscivano a fuggire e quelli che erano costretti a subire un regolare processo, si fa per dire. In un solo colpo fa tornare in auge questa vecchia parola in disuso da anni: “Dissidenza” e quasi per contrasto mostra tutta l’usura, della democrazia occidentale.

Per gli Stati Uniti, pronti a concedere asilo politico all’attivista cinese, Chen Guangcheng, Julian Assange rappresenta un pericolo, nonostante sia identico l’obiettivo che entrambi si sono dati: sottrarre dall’oscurità  i cittadini. Oscurità  a cui sono stati condannati dal sistema integrato mercato-potere politico-media.