Lobo Antunes e l’insonne che tiene in vita il mondo

antonioloboantunes

di FEDERICO PACE

Antonio Lobo Antunes, lo scrittore portoghese meno indulgente con il suo paese e disperatamente legato a esso e alla sua storia recente, ha ricevuto il premio internazionale Nonino. Un premio per un autore che non ha mai cercato la strada più comoda per portare a casa una narrazione, ma si è inerpicato per sentieri impervii e inconsueti, alla ricerca incessante della “voce”. La guerra in Angola, la dittatura di Salazar, il paese incompiuto che è il Portogallo di oggi. Tutto nel gorgo della sua voce, perché di questo è fatto soprattutto uno scrittore, della sua voce, più che delle storie che narra o delle strutture narrative che può costruire per sorprendere un lettore.

Lo ha ricevuto, il premio, in quel di Ronchi di Percoto presso le distillerie della rinomata azienda produttrice di grappa. Vicino Udine. A fargli compagnia ci sono stati John Banville, Claudio Magris, Adonis, Edgar Morin e molti altri. Tra le motivazioni del premio, il “canto struggente di un ribelle senza pace che polifonicamente distrugge la sintassi. Uno scrivere dove violenza e malinconia sono immerse in una solitudine metafisica e si intrecciano”. Tradotto in Italia da Vittoria Martinetto e Rita Desti, Antonio Lobo Antunes è nato a Lisbona nel 1942 e è andato in guerra in Angola agli inizi degli anni Settanta, quando s’era appena sposato e la moglie era incinta (da lontanissimo le scriveva: “Che voglia ho di dormire con te, di toccare i tuoi indumenti femminili! Di annusarti”).

Tutti quanti quelli che sono stati lì a Percoto, davanti agli alambicchi e alle grappe, sapranno di certo che Antunes è capace di immagini di un’originalità sorprendente in cui il mondo vegetale e animale, l’umano e gli oggetti si scambiano continuamente caratteristiche, proprietà e essenze, come se l’autore fosse un Dio surrealista capace di intuire legami che altri Dei non hanno ancora compreso: “Non appena ti addormenti e un candore da olmo pieno di uccelli attraversa la camera, mi metto a discorrere senza che tu mi prenda in giro, chiacchiero, aleggiando sopra di te, le tue palme inerti e le tue cosce indifese, e la casa dove abitavo prima della famiglia di mia madre sorge nella notte…” così un frammento in L’ordine naturale delle cose.

Queste immagini si moltiplicano in tutta la sua bibliografia e farne un inventario sarebbe impresa affascinante. Ne Lo splendore del Portogallo scrive “il guardaroba vuoto, le stampelle nude che oscillavano sull’asta”. O ne Le Navi “la cercò nella luce di Alcantara alle sei di sera del mese di agosto, momento in cui la trasparenza dell’aria rende gli edifici così diafani che stormi di condomini piastrellati svolazzano come tortore sopra il ponte, sbattendo su e giù la biancheria stesa delle loro ali”. Dolente e carnale, Antonio Lobo Antunes se dovesse assomigliare a un luogo del Portogallo, assomiglierebbe a Cabo da Roca, dove terra e mare sono stravolte dal vento, più che a uno dei quartieri turistici della Lisbona in cui è nato (guarda l’intervista di Antonio Lobo Antunes alla New York Public Library).

Non appena si apre un suo libro, non appena si comincia a leggere la prima pagina, si odono d’improvviso un uomo o una donna che monologano febbrilmente. “Un giorno o l’altro mi troveranno su questa spiaggia, divorato dai pesci come una balena morta – mi disse nella via della clinica guardando gli edifici sbiaditi e tristi di Campolide, i monogrammi di tovagliolo delle insegne luminose spente, i resti di porporina delle feste natalizie nelle vetrine…”, questo l’avvio de Spiegazione degli uccelli. Il protagonista, di volta in volta, plasmato da Antunes sulla carta, discorre tra sé e sé torrenzialmente, elenca oggetti, simboli, persone, quasi per strapparsi via dalla parvenza di carta e dalla minuta dimensione del libro. Non solo parola scritta, ma quasi essere vivente. E così il libro brucia tra le mani. E’ lamento e rabbia. E’ disperata umanità. “Nessuno scrive come me, neppure io”, ha detto nell’intervista concessa a Antonio Jimenez Barca di El Pais di ieri.

Tra le esperienze che lo hanno segnato di più, è credibile che ci siano i due anni, tra il 1971 e il 1973, di servizio militare come dottore e psichiatra in Angola, in quella colonia che poi sarebbe divenuta il tessuto ricorrente della sua narrazione. Di quel tempo si ha una traccia nel suo epistolario (Lettere dalla Guerra) scambiato con la sua prima moglie Maria José. Lettere che confessano un amore fremente e incredulo, la disperante esperienza di fronte al dolore e all’orrore per la guerra e il suo sforzo prometeico per divenire scrittore.

In una lettera vergata il 15 dicembre del 1971 a Maria José scrive “le quantità di virtù necessarie per essere un buono scrittore è enorme. Non basta esserci nati, bisogna farsi. E scuotere l’albero affinché non rimangano che le foglie migliori”. In un’altra del 9 luglio del 1971 dà quasi una definizione di quello che sarà il suo tipo di letteratura “credo che un romanzo debba essere una specie di tessuto sotterraneo, che discorra al di sotto delle apparenze”. In un’altra epistola del 21 luglio 1971, elettrizzato dalle sue stesse percezioni della realtà, scrive ancora “Quello che desidererei è ricostruire tutto ciò, che tutto ciò prendesse a nascere sulla carta, capisci? La pioggia come un dispiacere dimenticato è un po’ retorica ma credo renda bene l’idea. E mi sembra pure che i consommé (nelle pensioni non ci sono le minestre) abbiano il gusto della flanella. Essere scrittore credo sia, prima di tutto, scoprire questo”.

A Percoto non sappiamo se ha parlato del mistero dei suoi libri mai arrivati in Italia. Del perché un autore così grande, così riconosciuto, così meritevole di entrare ogni anno nella lista dei candidati al Nobel, abbia un gruzzolo di libri che noi italiani non abbiamo mai avuto la possibilità di leggere. Memoria de Elefante, Fado Alexandrino, Livros De Cronicas, Nao Entres Tao Depressa Nessa Noite Escura, Segundo Livro de Cronicas, Eu Hei-de Amara Uma Pedra, Terceiro Livro de Cronicas, Ontem Nao Te Vi Em Babilonia, O Meu nome é Legiao, Que Cavalos Sao Aqueles Que Fazem Sombra no Mar, Sobolos Rios Que Vao, Quarto Livro de Cronicas, Comissao das Làgrimas, Nao E’ Mei Noite Que Quer, Quinto Livro de Cronicas, Caminha Como Numa Casa em Chamas. Un bel numero davvero.

Non sappiamo se davanti alle grappe Nonino ha parlato del mistero dei tanti libri pubblicati e ora introvabili. Del mistero che riguarda gli editori italiani che oggi danno da leggere ai lettori italiani, disponibili in libreria, neppure dieci libri di un autore molto prolifico e così imponente. Si tratterà certo, come sempre, del problema delle vendite, dello scarso riscontro da parte dei lettori. Sarà colpa della loro predilezione a ingozzarsi di novità dal sapore effimero e di libri scritti da personaggi televisivi, di cui nulla resterà nelle biblioteche del futuro, lontanissimi dalla grande scrittura (guarda l’incontro di Antonio Lobo Antunes alla Sorbona di Parigi con i suoi lettori).

Già la scrittura, la grande scrittura. Perché essa è così necessaria? Molto più necessaria di quei tanti libri che in gran numero fanno sfoggio di sé nelle librerie? La ragione forse ce la ricorda ancora una volta proprio Antonio Lobo Antunes ne Lo splendore del Portogallo quando uno dei protagonisti, un insonne, pare rappresentare la figura dello scrittore stesso: “mentre io non mi ero addormentato, non potevo addormentarmi, non mi sarei potuto addormentare, dovevo restare per ore e ore a occhi aperti, immobile nel buio per non fare morire nessuno visto che fintanto che qualcosa avesse continuato a oscillare nel mio petto da sinistra a destra e da destra a sinistra saremmo esistiti, la casa, i miei genitori, mia nonna, Maria da Boa Morte, io, avremmo continuato tutti, per sempre, a esistere”.

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Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_