Aldo Moro, la polaroid dalla prigionia e il viso di un soldato

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di ANTONIO CARBONE

La prima foto di Aldo Moro nel luogo della prigionia fu inviata dalle Brigate Rosse, insieme al comunicato n.1, il 18 marzo 1978. Da quel giorno l’immagine dell’uomo politico, austero e inavvicinabile, così come gli italiani a partire dal dopoguerra avevano imparato a conoscerlo, rapidamente arretrò dietro quell’espressione di terrore. Oggi per la prima volta in occasione dell’inaugurazione della mostra “Aldo Moro Ritratti della Repubblica: dal dopoguerra al memoriale”, presso la sede dell’ Archivio di Stato, ho avuto modo di vedere l’originale. Rimango persino deluso aspettandomela a colori, dal momento che si tratta di una polaroid.

Molti sono caduti in questo errore – sull’argomento Marco Belpoliti ha scritto una preziosa analisi – fantasticando su come potesse essere completamente diversa quell’icona che ha segnato la nostra storia recente. Perché quella scelta da parte delle Brigate Rosse, viene da chiedersi oggi. Un caso o addirittura ricorrere al bianco e nero, nelle loro intenzioni, significava accentuare l’effetto che volevano generare? Sarebbe stato diverso se avessimo potuto notare l’incarnato del volto di Moro, seppur riprodotto nei colori inevitabilmente pop della polaroid?

Attraverso il cortile del Borromini pensando ancora a questa eventualità. I ricordi vanno a quei giorni di marzo di tanti anni fa. Avevo quindici anni. Un’età in cui le cose si comprendono poco. Contano più le emozioni. In classe qualcuno disse: Hanno rapito Moro! La frase risuonò estraniante più o meno come accadde qualche anno prima, il giorno della morte del dittatore spagnolo. Ero alle medie e anche allora da un banco di lato al mio, qualcuno esclamò con voce entusiasta: E’ morto Franco! Che ne poteva sapere un ragazzo di 12 anni di dittature e di fascismo? Evidentemente era stato un fratello maggiore a istruirlo. Quell’entusiasmo però fu subito smorzato dalla professoressa che fece finta di niente.

Con Moro invece le cose andarono in maniera diversa. Ci fu subito spiegato che si trattava di un colpo inferto al cuore dello Stato. Rapidamente prendeva forma l’immagine enorme di un corpo, dei suoi organi e di quello più prezioso il cuore, appunto, all’interno del quale sembrava che fossero penetrati i terroristi. Lentamente il  terrore si espandeva fuori dal cuore, occupando l’intero corpo.

Ci fu assegnato persino un compito in classe sull’argomento in cui esordii con un errore: scrissi  “imminente statista”  e la professoressa prontamente lo sottolineò con la matita rossa, riportando di lato sul foglio protocollo, l’aggettivo giusto: eminente. Fortuna degli errori. A volte sono proprio loro che ti fissano, come un’ancora, gli eventi alla memoria. Ma forse c’era anche la sensazione di qualcosa di imminente appunto, come la morte di Moro che avvenne il 9 maggio quando tutti invece si aspettavano la liberazione.

A distanza di qualche ora dalla visione della polaroid, l’effetto che mi ha sempre suscitato in tutti questi anni, sfuma. Quel terrore negli occhi di Moro, da vittima sacrificale, lascia il posto ad un’altra emozione. Ci penso per tutto il pomeriggio ma non riesco a metterla a fuoco. Aspetto, non potendo fare altro, avendo fiducia nel fatto che prima o poi l’istinto mi suggerirà qualcosa. Ed è proprio l’istinto che, quando ritorno a casa, mi porta a riprendere dallo scaffale più alto della mia libreria la Storia fotografica della prigionia dei militari italiani in Germania. Subito dopo ritorno alla polaroid di Moro. Ora l’uomo mi appare diverso. Un soldato, un ufficiale catturato dopo l’8 settembre, privato dei gradi ma con ancora una fiducia illusoria nel codice che vige anche in guerra. E del resto quella che stavamo vivendo non era una guerra?