L'uomo in fiamme davanti Montecitorio e i record di Usain Bolt a Londra 2012
Una Roma silenziosa e indifferente. Una giornata estiva come le altre. In terra, davanti Montecitorio, è ancora visibile l'arco lasciato dall'uomo nella sua corsa disperata. L'ultima corsa prima di accasciarsi in terra stremato dalle fiamme sul proprio corpo. Secondo quanto è stato ricostruito, l'uomo aveva perduto il lavoro e versava in difficili condizioni economiche e era venuto proprio qui, davanti a una delle camere del Parlamento italiano, nella notte tra il 10 e l'11 agosto, a privarsi della propria vita. Un gesto estremo e terribile. Simbolico e impaurente. Disperato e lancinante.
Perché l'uomo che si è dato alle fiamme ieri notte avrebbe fatto proprio così. Si sarebbe cosparso di liquido incendiabile, si sarebbe dato fuoco e poi si sarebbe messo a correre verso il Parlamento. Qualcosa di molto chiaro e netto. Una corsa che richiama alla memoria gesti simbolici e dolorosissimi. Eppure niente. La gente passa silenziosa con i loro ombrellini parasole. Le magliettine colorate e i visi abbronzati. Le mappe in mano. I coni gelato. Nessuno presta attenzione. Ciascuno ha la sua piccola meta, il breve giro da portare a compimento, l'appuntamento quotidiano da rispettare. Nessun politico, mi sembra, ha ancora detto nulla su questo. Nessuno è voluto scendere dal proprio scranno dorato a volgere lo sguardo su quel selciato.
Ora l'uomo versa in condizioni disperate. E' auspicabile che possa accadere un miracolo e che il corpo dell'uomo resista a tutte le ferite. Sui giornali, la notizia di questo gesto estremo, di questa disperazione, è stata relegata alle curiosità di cronaca. I giornalisti a quest'uomo che è venuto a incendiare se stesso davanti al Parlamento italiano, non hanno voluto concedere alcuna attenzione, hanno quasi tutti preferito dire la loro sulla velocità di Usain Bolt, del giamaicano sorridente, hanno quasi tutti preferito dire la loro sull'uomo in abiti sportivi di colore giallo verde che ha corso ancora una volta su una pista di atletica stabilendo un record mondiale.
Queste notti due uomini si sono messi a correre, ma i media non hanno voluto accorgersene. All'uno, hanno mostrato indifferenza, all'altro hanno offerto invece un'attenzione esasperata. Anche questo, forse, è il segno dell'arretratezza e del provincialismo del nostro Paese, stanco e indifferente, egoista e preoccupato. In un una nazione democratica e moderna, civile e consapevole, è molto probabile che in questa estate silenziosa sarebbero stati molti di più quelli che avrebbero voluto indagare le ragioni dell'uomo che, lontano da una pista d'atletica, si è messo a correre, disperatamente e solitariamente, davanti al Parlamento e sui duri sampietrini romani.
Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)
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Commenti
Scritto da Alfio — 12 agosto 2012 alle 12:46
Condivido pienamente.
Da come la vedo io questo è solo l'inizio, mi pare che quello che si cerca è indebolire i ceti più deboli e quelli in bilico, ( e a ridurre in bilico i ceti medi), in modo da trovare poi, tra qualche anno, manodopera a basso costo e a condizioni imposte dalle grandi multinazionali tramite i governi.
Ci stiamo arrivando a piccoli passi, con leggi e decreti emanati ad arte quando la maggioranza della gente è distratta dalle stelle del circo o dando poco risalto alla cosa.
Spero tanto che quell'uomo si riprenda.
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