La condanna della Fiat a riassumere 145 operai della Fiom, la riforma del lavoro e la necessità del dialogo

di Antonio Carbone — 22 giugno 2012 — 3 commenti

Come al solito l’immagine dell’argine mi arriva alla mente sempre più o meno in concomitanza dell’attraversamento del Tevere. L’acqua, il flusso continuo, più che suggerirmi l’idea della storia, mi fa pensare alle pulsioni di un popolo ora pacate, ora impetuose fino al punto di esondare senza controllo. I primi a cadere, quando una situazione del genere si avvera, sono i ponti. La comunicazione. Ognuno si irrigidisce nella propria posizione, rendendola sempre più radicale a furia di risentimento. Azzerando di fatto i margini di trattativa.

“Questa vittoria ci ripaga di tante sofferenze, questa sentenza dimostra che un lavoratore oltre alla manodopera non necessariamente deve dare anche il proprio pensiero" così  uno degli operai che la Fiat dovrà riassumere a Pomigliano, ha commentato la sentenza. "Grazie alle nostre mogli - ha aggiunto con le lacrime agli occhi - e ai compagni che hanno creduto in questa battaglia.” Come si fa a non condividere la sua felicità?

La Fiom aveva fatto causa alla Fiat sulla base di una normativa specifica del 2003 che recepisce direttive europee sulle discriminazioni. Secondo il ricorso avanzato, la azienda torinese non avrebbe riassunto nella Newco creata a Pomigliano "nessun lavoratore iscritto alla Fiom". E oggi, accertando il comportamento discriminatorio, il giudice ha condannato la Fiat  alla riassunzione, nello stabilimento di Pomigliano, di circa 145 operai iscritti alla Fiom.

Da una parte, dunque, ci sono i lavoratori e la Fiom che esultano, giustamente. Dall’altra chi sembra quasi augurarsi ritorsioni: “Sentenze come questa mettono a rischio gli investimenti Fiat in Italia e scoraggiano l'attrazione di nuovi investimenti nel nostro Paese” ha dichiarato a caldo, Maurizio Sacconi. In pratica per l’ex ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali è colpa dei giudici se l’economia italiana va male e nessuno investe.

Siamo alle solite. C’è un Paese in crisi, un’economia in recessione e si cerca di far passare la tesi che sia colpa dell’articolo 18. Dei diritti acquisiti, in sostanza. Questo è il punto esatto di tensione da cui si è provato e si proverà anche in seguito, in Italia, a far breccia nella diga sociale rappresentata dal movimento dei lavoratori. Per quanto sia solida, appoggiata su salde fondazioni, sarà in grado di reggere all’urto?

Da una parte Landini, lo Tsipras italiano, che forte di questo risultato accrescerà il suo consenso tra i lavoratori  e chi il lavoro l'ha perso o non l'ha mai avuto e dall’altra il Pdl, il principale responsabile della crisi economica, come la Nuova Democrazia in Grecia, che tenterà di cavalcare con maggiore forza la tesi di Sacconi. E in mezzo un Pd che paga lo scotto di non aver sempre una posizione chiara e precisa soprattutto sulle questioni del lavoro. Ai lati il movimento Cinque Stelle di Grillo il cui obiettivo principale per il momento sembra quello di portare avanti l’azione di delegittimazione dei partiti.

Dispersi come in una diaspora ci siamo noi, comuni cittadini, che non sappiamo a chi affidarci e seguiamo la cronaca politica con sempre maggiore preoccupazione. I più anziani e quelli che orami hanno raggiunto l’età della ragione, sanno bene il rischio che si corre. Non di rado, in passato, i militari sono stati tentati di approfittare di momenti come questi per rimettere in piedi i ponti, seppur sospesi, con le tavole di legno e, all’occorrenza, facilmente sabotabili.

Commenti

  1. Scritto da elvezio22 giugno 2012 alle 14:09

    E' inutile dare sempre la colpa agli altri, la crisi l'abbiamo provocata noi perchè abbiamo sempre tollerato questa classe politica.
    Ingenuo chi crede che la "colpa" sia della destra o della sinistra, il problema siamo noi.
    Non bisogna accontentarsi del "menopeggio", bisogna esigere l'eccellenza.
    Non sappiamo a chi affidarci ? Che bella scusa! Allora ci meritiamo tutto questo.
    Continuiamo a beccarci come polli in un pollaio - o tifosi in uno stadio - , invece che associarsi e fare un partito di gente onesta.
    Prendiamo come esempio gli Islandesi
    Il resto sono solo chiacchiere.

  2. Scritto da Dino22 giugno 2012 alle 17:35

    A proposito del titolo del libro che consigliate: il lavoro oggi è oggettivamente una merce. Si vende e si compra. Ed è così da secoli. Quindi sarebbe più corretto titolare: "Il lavoro non dovrebbe essere una merce".

  3. Scritto da redazione22 giugno 2012 alle 19:23

    caro dino, hai ragione è sempre stato così... c'è da pensare però che Luciano Gallino, che a lungo ha studiato il lavoro e la società, pensasse proprio a questo, all'idea che il lavoro non dovrebbe essere una merce ma qualcosa di più, visto che nel lavoro l'uomo non scambia solo "una marce" (il proprio lavoro) ma cerca anche un senso e un ruolo nella società in cui vive...

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