Le voci intorno di Maria Pia Ammirati, lo spreco del tempo e lo sguardo attraverso la ferita
Un piccolo libro può turbare anche il lettore più incallito. E' sempre stato così. Una chicca, anche di poche pagine, può attrarti sin dalla copertina e risuonare col tuo mondo. E' un fatto di pancia, non di testa. Di Maria Pia Ammirati avevo già letto I cani portano via le donne sole, romanzo sulla solitudine e sui suoi inciampi. Mi prese subito, allora, quel suo modo di scrivere netto e senza sbavature. Le inviai anche una lettera alla quale non ebbi risposta. Nel frattempo, ha dato alle stampe saggi e altri romanzi (Se tu fossi qui, per le Edizioni Cairo, ha ricevuto più di un premio) e, da lontano, l'ho sempre seguita, incuriosita dalla sua riservatezza. Sembra prediligere il circuito delle piccole case editrici, forse perchè un certo tipo di mercato non le interessa.
In una serata ho letto il suo ultimo, breve testo, uscito a febbraio sempre per la Cairo Edizioni: Le voci intorno. In copertina, una donna sospesa, il corpo immerso nell'acqua, le braccia abbandonate lungo i fianchi. Non sappiamo neppure se è viva. Fin dalle prime pagine, il libro crea un disagio profondo. Provi a metterlo da parte, poi sei costretta a dedicartici. Insomma, ci cadi dentro.Cosa ci turba davvero delle parole? Cosa sono le parole, in fondo, se non il solco che ci conduce all'altro? E' l'incontro - che la parola sottende - ciò a cui sfuggiamo? Le voci, le parole, i silenzi: su questi cardini ruotano le poche pagine del romanzo e il turbamento che si avverte. Questo malessere ha a che fare con le domande che temiamo di più, con l'amore rimandato, con le paure mai affrontate.
Chi non ha lasciato a metà qualche rivelazione? Chi ha saputo sempre trovare le parole per dire le ferite profonde? Non può non venirmi in mente Kafka: un romanzo non è un romanzo se non riesce a spaccare - come una scure - il ghiaccio che abbiamo sul cuore. Quando finisci di leggere Le voci intorno, pensi al tempo sprecato. Diffidiamo della vita. E lo spreco del tempo - delle emozioni, dei sentimenti, della gioia - è, a mio avviso, la chiave di lettura di questo testo. Viviamo così: pensandoci eterni, fissi sulle sfondo, radicati ai nostri - stupidi - convincimenti, al dolore che ci ripara. Perfino vivere la vita diviene un'invenzione, un'interpretazione. Spreco, sciupìo, sperpero. Una deriva che ci porta a nasconderci dietro le recriminazioni, che sono anche peggio dei silenzi stessi. Si va avanti senza neppure provare ad aprire una porta, a creare un varco.
Alice - la protagonista - non può piangere, invece dovrebbe gridare. Il grido, la parola, il pianto, le avrebbero aperto una strada attraverso la sofferenza, portandola lì dove tutto può essere compreso e perdonato. Da bambina ha perso sua madre; forse, in quel momento, in quell abbandono, il mondo della comunicazione ha dovuto, per lei, seguire altre cifre, altri canali. Suo padre l'ha cresciuta - lei e sua sorella minore, Aurora - secondo le regole delle cose da fare. Un metodo come un altro per non passare attraverso il dolore della perdita. In questa negazione - che diventa assenza di suono, nascondiglio e trappola - Alice cresce e si perde. Poi c'è l'urto, l'impatto con la vita, la necessità di recuperare le parole per dirlo e le lacrime - che premono sotto le palpebre - diventano un'urgenza. Amare è sempre provare a comprendere. E' com-passione, sguardo attraverso la ferita. Ci si può provare, ci si può riuscire, questo sembra dirci la Ammirati. Non c'è altro modo, se non l'amore. E l'amore è questo e nient'altro. Faticosamente, dal bozzolo, possiamo uscire, guardare l'ignoto e noi stessi, chiudere con la considerazione 'interna', scegliere altre strade. Scegliere la vita, finchè siamo vivi. Scrittura meditata, quella della Ammirati, ma soprattuto sensibile. Come Saramago prova a raccontarci, in Cecità, una visione del mondo tremenda, la Ammirati riesce nel tentativo di dirci cosa si prova a guardare alla vita quando non possiamo più 'esprimerla'.
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Commenti
Scritto da Pierluigi — 15 aprile 2012 alle 18:58
Una recensione come un invito alla lettura.
"Che cosa è dunque il tempo?
Scritto da pino — 15 aprile 2012 alle 22:23
solo una donna può con immensa sensibilità, descrivere il tormento e l'angoscia del tempo che corre, con tutti i suoi interrogativi.Grazie per avere aperto i nostri varchi segreti,le inconfessabili angosce che ci tormentano.
Scritto da giulio — 17 aprile 2012 alle 17:19
tutto bello, davvero, l'articolo, la foto, la grafica....peccato solo che la ammirati è tutto tranne che una scrittrice! io continuo a considerare scrittrici, autrici di ben altro peso, e insisto a credere che la letteratura sia ben altra cosa rispetto alle paginette messe insieme, con acume e astuzia, da figurelle evanescenti
Scritto da Mario — 18 aprile 2012 alle 09:03
Esagerato, allora gran parte delle librerie dovrebbero chiudere o almeno ridurre i libri sugli scaffali!
Scritto da giulio — 18 aprile 2012 alle 10:27
sai che bello sarebbe!! piccole librerie stracolme di libri bellissimi e capolavori di tutti i tipi e di ogni parte del mondo, invece di queste immense librerie-supermercato piene di libri patinati e tutti uguali tra loro
Scritto da Maria pia ammirati — 21 aprile 2012 alle 17:26
Intanto grazie a tullia che mi segue dal primo libro e che scrive cose straordinarie sul racconto. Mi spiace non averle risposto, non é mia abitudine. Prediligo l'indagine sulla categoria temporale e l'azzeramento del tempo come convenzionalmete noi lo viviamo mi ha spinta a cercare questa storia. Tempo e spazi sospesi per creare un nuovo alfabeto e quindi una nuova lingua. Le voci intorno ha questa pretesa e lo fa nella forma breve del racconto, capisco, si fa per dire, l'obiezione di giulio. A cui chiederei volentieri chi sono i suoi riferimenti letterari, sono vent'anni e qualche spicciolo che mi occupo di letteratura e mi piacerebbe con lui confrontarmi. Ha ragione: troppi sono i libri inutili (e forse dannosi) ma non credo i miei. Che hanno forse difetti ma non sono frutto di marketing, marketing a cui lui con spavalderi! (Bella qualità per un critico) allude. Grazie a tutti maria oia
Scritto da Tullia — 23 aprile 2012 alle 17:17
Sono una lettrice 'forte', non è facile che un libro che mi colpisca. Ho letto i cosiddetti 'grandi' della letteratura, i medi, i piccoli. Ci sono indizi che fanno di qualcuno uno scrittore: l'eliminazione della massa inutile, lo stile, la capacità di dire senza dire. Ecco: nei libri della Ammirati ho sempre trovato esattamente questo. Come ne 'I cani portano via le donne sole': un raro esempio di storia al femminile, raccontata come da dietro una porta discosta, nonostante l'uso della prima persona. Scusate se è poco.
Un saluto.
Scritto da giulio — 24 aprile 2012 alle 12:14
Provo a rispondere a Maria Pia Ammirati nel modo più semplice che posso... con una dovuta premessa: con i miei pensieri e le mie parole non voglio negare a nessuno la possibilità di praticare la scrittura, ognuno è legittimato a provare quel che vuole. Ciascuno può provare a tirare i calci a un pallone pur non essendo Pelè o a scrivere un motivetto pur non essendo Mozart. Detto questo, a me pare che la gran parte degli autori dei libri che si trovano oggi in libreria siano poca cosa a confronto dei grandissimi autori e credo sia opportuno ricordarlo. Solo qua e là, e ogni tanto. Credo che ci siano troppe persone che impiegano troppo tempo a leggere molti autori contemporanei senza aver sostato per il tempo giusto tra le pagine degli Autori più grandi... ho trovato non adeguato, da parte dell'autrice dell'articolo, citare Kafka nel contesto di questo libro perché Kafka è un gigante, Kafka è un uomo precipitato nella pratica dello scrivere come solo i grandi autori riescono a precipitarci... Kafka aveva un rapporto con la realtà "segnato" dall'essenza che lo ha reso scrittore e non entrava e usciva dall'abito dello scrittore... Kafka era un uomo che stava aggrappato alla sua scrittura e appuntava nei suoi diari "voglio che ogni giorno ci sia almeno un rigo puntato contro di me" o "quando mi siedo non mi sento meglio di chi, in mezzo al traffico della Place de l'Opéra, cade e si rompe le due gambe"... se fossi Harold Bloom direi che Kafka ha inventato e presagito il mondo che sarebbe venuto dopo... penso che per chi ama la letteratura sia un peccato non trovare in libreria i libri che ha scritto in questi anni Antonio Lobo Antunes solo perché alle case editrici (Feltrinelli? Einaudi?) non conviene più farlo (se ne trovano un pugno rispetto alla produzione immensa che l'autore portoghese ha messo insieme nella sua lingua originale), trovo avvilente per chi ama la letteratura sapere che Anna Maria Ortese sia morta in povertà e che negli anni '70 dovesse passare davanti alle librerie senza alcun conforto, penso che sia stato umiliante per chi ama la poesia che l'ultimo premio nobel della letteratura al momento dell'annuncio non avesse neppure un libro tra gli scaffali delle librerie italiane, trovo imbarazzante che in una libreria italiana, grande o piccola che sia, si trovi a mala pena un libro di Julien Gracq. Potrei continuare così compilando una lista molto lunga... per questo dico che in una libreria fantastica e meravigliosa piena di libri profondi, liberatori, ispirati e grandissimi vorrei che ci fossero libri molto diversi da quelli "esili" e "minuti" che qualche contemporaneo riesce a mettere insieme nel tempo che trova...
Scritto da Antonio Carbone — 25 aprile 2012 alle 12:26
In linea di principio potrei anche essere d'accordo con Giulio e mi fa piacere che l'articolo di Tullia sia servito ad accendere questo dibattito. Non capisco però tutto questo accanimento. In fondo mi risulta che l'Ammirati non sia stata nemmeno ospite del programma di quello che possiamo considerare il Maurizio Costanzo dei giorni nostri, Fabio Fazio. L'unico in questo paese a cui riescono ancora i miracoli, vai da lui e il giorno dopo vendi 500.000mila copie. E poi, parliamoci chiaro, da tempo le case editrici hanno dichiarato di preferire le culture intensive. E la stragande maggioranza dei lettori sembra che si sia adeguata di conseguenza. Finendo per storcere il naso quando avverte il sapore troppo forte del selvatico. E allora l'alternativa qual è? Tornare a coltivare il proprio orto? Non credo. Penso che sia più utile disperdere i propri semi ponendo una fiducia incondizionata nella loro capacità di vivere e sviluparsi autonomamente. Anche questo è un modo per liberarsi della vecchia e pesante categoria dell' "Autore" - esiste la scrittura e non gli scrittori, cosi come la poiesis e non i poeti - e vivere tutto con maggiore leggerezza che non è affatto sinonimo di frivolezza e disimpegno.
Scritto da Eleonora — 25 aprile 2012 alle 22:29
Caro Giulio, hai ragione, ma che vuoi fare, purtoppo della vera letteratura non interessa quasi piu' a nessuno
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