La mostra di Leonard Freed al Museo di Roma in Trastevere, l’equilibrio, l’energia vitale e le persone
Leonard Freed - di cui si tiene una bella mostra presso il Museo di Roma in Trastevere fino al 27 maggio - arrivò per la prima volta in Italia nel 1952. Da allora è tornato molte altre volte. Alimentando un rapporto che non si è mai interrotto fino alla morte sopraggiunta nel 2006. Le ultime foto che scatta a Roma sono appunto dei primi anni del 2000. Che cosa lo affascinava del nostro Paese? E' probabile la coesistenza diffusa in ogni angolo, anche di quello più remoto, di passato e presente. Per lui nato nel 1929 a Brooklyn da genitori russi di origini ebraiche, che erano arrivati in America dopo la Prima Guerra Mondiale, evidentemente viaggiare e fotografare in Italia era un modo per cercare le sue origini. Ma nello stesso tempo c'è da immaginare che in giro per Roma si sentisse come quando si trovava a New York: a Brooklyn, dove aveva trascorso l'infanzia o nel Lower East Side dove prese casa più tardi. E sebbene Freed abbia dichiarato di essersi ispirato all'inizio a Herni Cartier Bresson, molte delle sue foto più che al fotografo francese fanno pensare a Walter Rosemblum, di dieci anni più grande, che proprio tra quelle strade ha realizzato delle immagini indimenticabili.
C'è nella fotografia una griglia matematica. L'equilibrio è molto importante. Questa frase che campeggia su una parete all'interno dello spazio in cui è stata allestita la mostra, spiega bene l'approccio alla fotografia di Freed che non a caso all'inizio voleva fare il pittore. La prima cosa che si nota infatti nelle sue fotografie è un estremo equilibrio compositivo e il modo in cui incastona la presenza umana all'interno della scena. Qualsiasi essa sia, da un uomo che cammina, a un pastore che avanza nel paesaggio siciliano, tutto è composto secondo le leggi dei piani e delle fughe.
Tuttavia una seconda frase - Se cerchiamo troppo la perfezione perdiamo l'energia vitale - arriva subito a porre un limite a questa ricerca formale. Mettendo in guardia sui rischi che si corrono nell'applicarla in maniera troppo rigida. Ed è proprio in questa tensione tra controllo e bisogno di spontaneità che si concentra la forza delle sue immagini. I suoi infatti non sono classici reportage e lui stesso è da considerarsi un artista più che un fotoreporter. Vale la pena ricordare che Freed ha sempre adoperato una Leica, avvalendosi di solo due obiettivi: il 35mm e il 50mm. E naturalmente scattando in bianco e nero, usando la mitica pellicola Kodak Tri-X che gli restiuiva la scala dei grigi a lui più congeniale.
Penso alle persone nelle mie fotografie come personaggi di un racconto. Quest'ultima frase, sintetizza invece il suo approccio con le persone. C'è empatia nelle sue foto, così come in tutte quelle dei grandi fotografi. Empatia che, in assenza di una "voce" e di una “vera scrittura", in fotografia si esprime per lo più attraverso un tocco impercettibile. E' per questo che con questo mezzo espressivo non si può barare, per quanto mestiere si possa avere. Quasi come se a un certo punto la fotografia restituisse fedelmente, senza filtri, l'immagine di chi la scatta. Il suo punto di vista sulla vita. Ma non in astratto, bensì in maniera etremamente concreta: a quell'ora e in quel preciso punto della città.
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