Palermo Roma 0 a 1, il gol di Borini, Lamela, la barba di Luis Enrique e il fallimento di Zamparini
Da qualche tempo in qua, quando la Roma vince, c'è sempre di mezzo Fabio Borini. Anche a Palermo è bastato poco per capirlo. Al terzo minuto del primo tempo, Erik Lamela, il ragazzino di Carapachay, è riuscito con il ginocchio a intercettare un rinvio maldestro di un difensore palermitano e con l'esterno sinistro, senza neppure pensare, in quel breve spazio di tempo in cui solo alcuni riescono a capire cosa fare, ha lanciato verso il centro dell'area la fuga rabbiosa di Borini (guarda il video del gol di Borini contro il Palermo).
Là, nel mezzo dell'area, Borini si è lasciato alle spalle un paio di maglie rosa e ha potuto ritrovarsi davanti al portiere. Allora si è entrati nel mondo delle sfide solitarie, una dimensione che il giovane deve conoscere molto bene, per chissà quale ragione, uno stato con cui deve avere consuetudine, molto di più di quanto non si creda e più di quanto non siano abituati i ragazzi dell'età sua. In quel duello, a pochissimi passi dal dischetto del calcio di rigore, che è durato pochissimi istanti, Borini ha avuto la pazienza di non tirare di potenza, di non lasciarsi trascinare dalla foga che quello scatto gli doveva avere messo addosso.
Con il sinistro, così, durante quella fuga, in quell'istante lunghissimo, si è spostato di qualche centimetro la palla portandoselaun po' verso l'esterno. E' da lì che deve essersi accorto che il portiere Viviano era un po' troppo al centro della porta. Allora, ha scelto il tocco delicato di sinistro, trattenendosi come quando non si alza la voce per la rabbia, ma si sceglie di spiegarsi e trovare la parole giuste per convincere. La palla verso il palo destro del portiere. Anche lui, sin da subito, ha capito che la palla sarebbe filata dentro, in quello spazio tra la maglietta rossa di Viviano e il bianco brillante del palo. Verso la rete.
Il gesto poi è stato quello di sempre (la mano in bocca a emulare la forma di una lama). Incontro gli è andato subito Francesco Totti. Poi, sono arrivati gli altri. L'abbraccio, a differenza di altre occasioni, questa volta è sembrato immediato e istintivo. Da lì, per tutto il primo tempo la Roma ha giocato con grande semplicità e autorevolezza. Nel secondo tempo è stato tutto più difficile. Il Palermo, con due cambi, Ilicic e Hernandez, ha mutato pelle e ha aggredito di più.
La Roma però ha meritato di vincere. Semplicemente perché ha giocato meglio del Palermo. Persino Kiaer si è mosso bene. Lobont in porta è sembrato più attento e pronto di Stekelenburg. Il romeno ha giocato quasi da libero, molto alto e quanto più vicino ai difensori. Ha fatto almeno un paio di parate decisive. Erik Lamela, durante il secondo tempo, ha provato anche il “coast to coast” sul modello di Maradona (contro l'Inghilterra) e di Messi. Per un pelo non gli è riuscito. Anche Greco ha mostrato spunti interessanti e José Angel, il terzino voluto da Luis Enrique, è parso molto vicino all'idea che l'allenatore asturiano deve avere di lui.
Nel dopo partita, Luis Enrique ha mostrato un volto serio e con un filo di barba a svelare quella porzione di preoccupazione che deve portare con sé durante questi giorni non proprio semplici. Chissà quale sarà stata l'espressione del presidente del Palermo di fronte all'ennesima sconfitta. Lui che ha già cambiato tre allenatori, è stato sconfitto da una squadra che mostra di volere credere, ostinatamente, e ragionevolmente, nello stesso uomo nonostante tutto. Difficile che abbia compreso di avere sbagliato. Gli egocentrici, raramente, vanno oltre lo stretto spazio del proprio io.
Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)
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