Mario Monti e la Tav in Valsusa, Abbà fuori pericolo, l’Economist, i treni a alta velocità e la necessità del dialogo

di Antonio Carbone — 2 marzo 2012

Luca Abbà,  il militante No Tav caduto da un traliccio è fuori pericolo. La conferma è arrivata questa mattina dal primario del reparto di anestesia e rianimazione dell'ospedale Cto di Torino. Un’altra bella notizia riguarda l’appello -  che vede come primi firmatari don Luigi Ciotti,  il giurista Livio Pepino, il sociologo Marco Revelli e il leader di Sel, Nichi Vendola - rivolto al governo di ricevere i sindaci della Valsusa in modo da aprire un confronto reale su opportunità, praticabilità e costi dell’opera e sulle eventuali proposte alternative alla Torino-Lione. Mario Monti in serata è stato però netto: "Abbiamo ascoltato tutti, ora andiamo avanti. Fermarsi significherebbe staccarsi dall'Europa. Dall'opera benefici rilevanti". Anche se non ha poi fornito alcun significativo numero, proprio lui che è un tecnico.

L’unica volta che sono stato in Valsusa risale al 1992. Vent’anni fa oramai. Era dicembre e c’era la neve ma si stava bene vicino la stufa all’interno della baita di Luigi e Bruna che ci ospitavano. Ero salito fin lì con Andrea, freschi della visione di Nanook l’esquimese di Robert Flaherty, per realizzare un documentario sulla loro vita. Andrea, che viveva a Torino, li aveva conosciuti accompagnando il padre a caccia di cinghiali. Quello era un posto dove spesso i cacciatori si fermavano dopo una battuta. Per loro era come un nipote io, invece, un “Napoli”, come allora veniva chiamato chiunque provenisse da Roma in giù. Ma non c’ho mai visto in quell’appellativo qualcosa di sprezzante. Anzi, tutt’altro: loro ci accolsero secondo tutti i crismi dell’ospitalità che come si sa è sacra a qualsiasi latitudine: vicino al mare come in montagna.

Non a caso vedendolo dopo, quel documentario, a qualcuno fece venire in mente la leggenda, raccontata da Ovidio, di Zeus ed Ermes che vagano attraverso la Frigia travestiti da uomini senza ricevere ospitalità da nessuno ad eccezione di Filemone e  Bauci che, pur vivendo in povertà, li accolgono nella propria capanna. Per i giorni in cui rimanemmo nella baita di Luigi e Bruna sperimentammo, appunto, che cosa volesse dire vivere di poco: le rape buone da cucinare stufate d’inverno insieme, a quando capitava, a qualche pezzo di rognone soffritto. Un pezzo di formaggio di pecora. Che stavano nella stalla accanto. Luigi e Bruna erano felici, proprio come Filemone e Bauci, di quel poco che avevano. Senza mai essere sfiorati dall’idea di cambiare o di abbandonare quel luogo dove erano nati.

A quei tempi, pur subendo molto il fascino dell’origine, già guardavo con una certa diffidenza a questa difesa a oltranza della propria terra. Il binomio terra-sangue, che contina a essere alla base di diversi conflitti in molte parti del modo, non mi ha mai convinto. Se si scava, accanto alle buone e valide ragioni di ordine tecnico, si trova persino nei discorsi di molti No Tav. C’è sì, il desiderio di lottare per  un altro modello di sviluppo ma c’è soprattutto questo attaccamento alla propria terra. Da cui, evidentemente, si ricava identità.      

Quell’esperienza fu importante e non solo per quello che ne ricavammo, un documentario che fu accolto bene dalla critica, conquistando un premio anche al Festival giovane di Torino come allora si chiamava. Ma anche come insegnamento di vita. Ancora adesso mi capita spesso di pensare a quei luoghi. Soprattutto da quando Luigi e Bruna non ci sono più. Credo che anche loro sarebbero stati  dalla parte dei No Tav per difendere la loro valle. E sicuramente avrebbero avuto, anche loro, buone ragioni, motivi precisi, e valide argomentazioni che avrebbero finito per far breccia nel mio cuore. Eppure, sono sicuro, che pur apprezzandolo poeticamente, quest’afflato, se tornassi di nuovo lì  proverei a insinuare il dubbio in chiunque mi venisse ad aprire la porta.

Mi sforzerei di far capire che accanto alla nostalgia dell’origine c’è un altro valore che ci contraddistingue. Non meno importante. Il logos. La ragionevolezza. La necessità del dialogo, lo sforzo ermeneutico ad oltranza per arrivare a una verità condivisa. Così come faccio quando sono in pianura con tutti coloro che liquidano la questione sbrigativamente, con la storia che ce lo chiede l’Europa, che in Francia i lavori sono già avanti e che non si può fermare il progresso.  

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