La neve a Roma, il freddo siberiano, gli Appennini e le scarpe di Van Gogh

di Antonio Carbone — 4 febbraio 2012 — 2 commenti

Questa mattina Roma si è svegliata sotto una coltre di neve. Da quanto tempo avevi in mente di  scrivere questa frase. Da sempre è la più abusata dai giornali per descrivere la città dopo una nevicata e nonostante la neve sia cominciata a cadere da ieri pomeriggio è stanotte che si è intensificata fino a coprire le strade sotto una coperta bianca, e quindi si addice anche per questa occasione.

Ti affacci alla finestra e oltre alla meraviglia, lo stupore e l’incanto infantile, quel puro biancore  ti fa riscoprire preoccupazioni che credevi non ti appartenessero più. Il freddo siberiano, che ha portato la neve, ti allarga l’orizzonte e ti porta lontano. La prima immagine che ti viene in mente è quella del pino nano di Salamov, l’albero della speranza: l’unico sempreverde di tutto l’Estremo Nord. “Nel bianco scintillio della neve i suoi rami coperti di aghi color verde opaco parlano del Sud, del calore, della vita”.

E così, a poco a poco, come un lungo fiume, provi a riscenderla l’Europa, in mezzo a tempeste e bufere di neve e quando finalmente oltrepassi le Alpi e ti avvii verso il Sud percorrendo la dorsale appenninica, hai l’impressione di sperimentarla ancora una volta questa schiena a volte diritta, a volte piegata, dell’Italia. Ed è proprio allora che, avanzando con l’immaginazione lungo lo stivale, tra paesi isolati, strade bloccate, volpi e lupi alla ricerca di cibo, sei preda di piccoli timori: pensi alle tue scarpe che ti hanno tenuto all’asciutto in tante occasioni, sotto la pioggia. Ce la faranno anche questa volta a preservarti, anche solo per quel breve tragitto, dal portone di casa a negozio di alimentari e all’edicola, per gli approvvigionamenti più necessari?

Le guardi nel loro profilo consunto e ormai piegato dal peso del corpo, e ti ricordi delle scarpe di cuoio chiodate del contadino, dipinte da Van Gogh. Quelle scarpe che, come spiega Heidegger, trattengono ancora la tenacia del loro lento arrancare lungo i solchi del campo spazzato dal vento freddo.

 

Commenti

  1. Scritto da Antonio De Robertis 4 febbraio 2012 alle 12:26

    Complimenti per la bella prosa,con una doverosa precisazione.Le scarpe che Van Gogh ha dipinto a Parigi non sono quelle portate dai contadini naturalmente ma sue o di suo fratello Theo.Anche Hidegger in questo caso è stato impreciso.

  2. Scritto da Antonio 4 febbraio 2012 alle 12:57

    Grazie per la precisazione. Anche se, a quanto pare, quelle scarpe Van Gogh le comprò a Parigi al mercatino delle pulci quindi non sappiamo chi le abbia adoperate prima. E in ogni caso non sposta di molto l'interpretazione di Heidegger, sull'accumulo di vissuto contenuto tra le pieghe del cuoio di quelle scarpe e non solo di quelle

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