La Ministra Elsa Fornero, la riforma del mercato del lavoro, Adriano Celentano a Sanremo, e il costo dei precari
“I precari saranno più cari” avverte la Ministra del lavoro, Elsa Fornero. Questo in sintesi il senso della sua proposta presentata ieri alle parti sociali al tavolo di palazzo Chigi. Forse anche questo aumento è da attribuire al gelo siberiano, come quando il prezzo delle zucchine sale al mercato all'ingrosso per via del freddo. Oppure no. Forse, invece, fare in modo che il lavoro precario costi di più potrà servire a invogliare gli imprenditori ad assumerli con contratti a tempo indeterminato. Staremo a vedere.
In ogni caso questa, ancora oggi, rimane la posto in gioco. Articolo 18 incluso. Sì, certo si parla pure dell’avviamento al lavoro, ma chi ha avuto in passato una vaga esperienza dei contratti di formazione e degli stage, sa bene poi come vengono interpretate le cose e piegati ai propri interessi anche i dispositivi più nobili.
La discussione sul costo del lavoro ci sta facendo tornare a una società che pensavamo lontana e superata da tempo. Da protocapitalismo. Altro che società della conoscenza e dell’immateriale. Qui è tutto molto concreto. Alla faccia dei vari Ulrich Beck che ci avevano annunciato la fine del lavoro e della necessità di reinventarsi nell’impegno civile. E noi che ingenui per un po’ ci abbiamo pure creduto. Per quanto tempo resteremo ancora irretiti tra le maglie arrugginite di questa società in cui le menti pensanti, pur avendo deciso la dismissione della produzione dell’acciaio, continuano a ragionare allo stesso modo? Affannandosi a fare profitto soltanto assottigliando i salari. Seguendo, in questo modo, la vecchia tradizione dei padroni delle ferriere.
Sì, certo, c’è lo scenario drammatico della Grecia evocato continuamente come spauracchio. In cui i salari sappiamo bene che salasso hanno subito. Ma resta la sensazione di una visione schiacciata sul mercato. Di una classe di tecnici che si è formata sulla finanza e che, per quanto si sforzi, sembra non possedere la capacità di cambiare paradigma. E che quindi appare, pur all’interno dell’abito della sobrietà e del buon senso, priva di una visione.
Si dirà che non è il loro compito. Che questo, appunto, è il ruolo della politica. Che cos’è, del resto, la politica se non visione, capacità di guardare lontano. Ma oggi viviamo un momento, in Italia, in cui la politica ha abdicato. Dopo aver per molto tempo sovrapposto alla visione, la demagogia o, nei casi più nobili, “la narrazione”. Ed ecco che quel vuoto viene facilmente occupato dagli sciamani di turno. Semplici e naif. Che riscaldano i cuori con poche immagini e poche parole. Per lo più sempre le stesse.
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