Il rischio fallimento della Grecia, la riforma del lavoro di Monti e Fornero e il peso dell'armatura
“L’Italia non è la Grecia” così ha risposto con orgoglio il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a chi durante la conferenza stampa finale del summit degli otto capi di Stato, che si è tenuto ad Helsinki, gli ha chiesto se non temesse un effetto contagio per il nostro Paese. Nel frattempo il presidente del Consiglio, Mario Monti, nell’inconsueto incontro a Wall Street otteneva una prima apertura di credito che però, probabilmente, terrà ancora lontani gli investitori stranieri. Almeno fino a quando non ci saranno nuovi tagli di spesa e altra flessibilità.
Altra flessibilità, in altre parole articolo 18. Sappiamo adesso dell’incontro segreto che Monti ha avuto con il segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, prima della sua partenza per gli Stati Uniti. Incontro da cui è scaturito una disponibilità reciproca a chiudere l’intesa sulla base di un accordo che prevede una sospensione dell’articolo 18 per quei lavoratori precari che saranno stabilizzati. A condizione però che per tre o quattro anni non sia vietato licenziarli. Che cosa cambia? Si tratta di una effettiva opportunità per i precari o li fa diventare ancora più fragili? E per gli imprenditori è, effettivamente, la manna dal cielo che li possa rendere più competitivi? E’ veramente questo il problema principale per rilanciare l’economia? Non siamo per caso di fronte a un tentativo maldestro di colonizzare intere aree dell’Europa?
Mentre noi possiamo ancora discuterne, la Grecia è a un passo dal suo “ground zero” come ha detto lo stesso premier greco, Papademos, in un appello televisivo dai toni drammatici. Questa sera il parlamento è chiamato ad approvare un ulteriore manovra economica: 15mila licenziamenti nel settore pubblico, tagli del 22% dei salari, e ulteriori decurtazioni delle pensioni, più un programma di privatizzazioni finalizzato a racimolare 4,5 miliardi di euro. Tutto questo mentre Atene è allo sbando. Come un esercito che non dispone più di alcuna guida per il ritorno. Lontana dall’aver individuato il proprio Senofonte.
E’ vero, noi non siamo la Grecia, ma qualcosa ci unisce in questo abito che i mercati ci hanno ritagliato su misura: uno più sobrio per noi e uno di una taglia più forte, appunto per la Grecia. E’ così che ci vogliono vedere. All’interno di una sorta di gabbia che piuttosto che renderci più attrezzati per affrontare la crisi, rischia di farci diventare più vulnerabili. Proprio come certi cavalieri che soccombevano ancora prima dello scontro con il nemico per il peso dell’armatura.
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