Le liberalizzazioni di Monti, la metafora della nave dello sviluppo continuo e il naufragio della Costa Crociera

di Antonio Carbone — 22 gennaio 2012

“Con il pacchetto sulla liberalizzazioni saremo in condizioni di far crescere del 10% il nostro Pil”, assicura Mario Monti. Dopo i pensionati, dunque, è la volta dei tassisti, dei farmacisti, dei notai e degli avvocati. La chiamata alle armi è arrivata anche per loro e come aveva promesso sempre il nostro presidente del Consiglio, lo si è fatto senza distinzione di classe. Perché, è giusto ricordarlo, siamo in recessione dalla quale se ne esce secondo il parere degli economisti, ad eccezione di una minoranza, ritornando a crescere e consumare. Non c’è altra strada a meno che non si voglia uscire dall’economia di mercato. E con buona pace dei vari Serge Latouche cha da anni provano a convincerci della necessità di avviare una decrescita felice, sempre gli stessi economisti ci dicono che ciò è assai improbabile. O da idealisti. Roba da “Occupy Wall street” per intenderci.

Eppure ogni volta che si sente parlare di crescita più che aver difficoltà a capire non si riesce a prefigurare un’immagine a cui associare questo bisogno spasmodico. Forse perché siamo stati abituati a considerarla come una determinata fase della vita, dopodichè diamo per scontato che la condizione raggiunta sia definitiva e che dalla crescita occorra passare alla cura per salvaguardare lo stato di salute dell’individuo. Assicurandogli un certo grado di benessere. Anche Lionel Messi, il grande campione del Barcellona e neo pallone d’oro, nonostante la cura di ormoni a cui si è sottoposto, ha dovuto rassegnarsi alla sua altezza. Probabilmente perché aveva intuito che parte della sua bravura si basava anche su questo limite.

Ci si rassegna all’idea di una crescita limitata nel tempo, legata a una determinata fase della vita, se si osserva qualsiasi struttura in maniera “organica”. Questa visione ci ha accompagnato da Platone in poi. Fino a tempi non lontani. E’ stato il capitalismo, per assecondare il bisogno di un consumo continuo, ad abbandonarla. Ma allora quando tutti i capi di Stato, gli economisti e e persino i giornalisti al telegiornale ci dicono che occorre riprendere a crescere per uscire dalla recessione che metafora, indirettamente ci stanno trasmettendo?

E’ evidente che sottesa alla loro visione non ci sia più l’organico - in cui la misura, l’equilibrio non è indice di modestia e rinuncia bensì di tensione nel dominare la tracotanza e la hybris - ma qualcosa di inconfessabile e proprio per questo impronunciabile. Come se riprendere a crescere e a svilupparsi all’infinito voglia dire in qualche modo riprendere ad alimentare il mostro. Il Leviatano biblico.

Proprio in questi giorni in cui abbondano le metafore marinare per via del tragico naufragio della nave della Costa Crociera, Concordia, ci accorgiamo allora che ogni volta che ci lasciamo convincere del bisogno di comprare una nuova auto o soltanto un nuovo televisore al plasma, anche quando non ne abbiamo bisogno,  indirettamente entriamo a far parte dell’equipaggio della Pequod, per dare una mano al capitano Achab nella sua spamodica lotta sull’abisso.

 

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