La barba di Marchionne, l'imitazione di Crozza a Ballarò, il sogno impossibile del manager e le condizioni dell'Italia
Tutti i manager sognano in cuor loro di non essere quello che sono. Si immaginano, nel chiuso della loro mente ossessiva, come uomini colti, impegnati e capaci di pensieri ampi. Ma, anche loro, soprattutto loro, sbagliano. O almeno, sbagliano quasi sempre. Nello stesso errore, si direbbe quasi che incorre sempre più di frequente Sergio Marchionne, che nella sua prima apparizione del 2012, studiata e artificiale, ha voluto sfoggiare a Detroit una barba dal sapore bohemiene e un lungo sciarpone, uno di quelli che mettono i ragazzi quando vanno in montagna. Tutto quello che i maestri della comunicazione immaginano come necessario per un intellettuale. Forma, invece di sostanza, ovviamente. Come sempre accade a chi non capita mai di vivere davvero le cose, ma solo di immaginarle.
Poi ieri anche Crozza a Ballarò ha sentito la necessità di mettersi la barba, infilarsi un maglioncino blu scuro e fare una versione aggiornata delle sue tante imitazioni, molte di queste lucide e precise, dei tic e delle ossessioni furbesche di Marchionne (guarda il video di Crozza a Ballarò che imita Marchionne). Crozza ha ripetuto quello che ritiene che Marchionne pensa tutti i giorni: “Io la sede della Fiat la sposto dove vendo lo macchine. Se le vendo a Detroit, la sposto a Detroit. Se le vendo nel Mato Grosso, la sposto nel Mato Grosso”.
Poi a un certo punto, all'intervistatore burla che gli chiedeva con stupefatta semplicità: “E allora perché non le vende in Italia?”, Crozza-Marchionne ha risposto in modo più brusco e quasi rivelatore, come tutti i manager sognano di avere ma che non hanno mai perché ripetono quello che già tutti noi immaginiamo che ripeteranno: “E come cazzo si fa? Secondo lei è più facile fare una macchina buona, affidabile, che vada bene, sia bella da vedere, magari anche ecologica, o fare un trasloco nel Mato Grosso?”.
Già, le delocalizzazioni. Proprio le delocalizzazioni. Molto più importanti le delocalizzaioni della questione della barba di un manager alla ricerca di una mise come lo è una modella di quindici anni. Ma perché davvero la Fiat delocalizza? Il 25 luglio del 2010 Eugenio Scalfari scriveva che “La differenza di costo salariale tra la Serbia e Torino è molto forte ma la componente salariale non pesa più dell'8 per cento sul prodotto finale. La ragione del trasferimento dunque non è questa; la ragione sta nel fatto che lo stabilimento Fiat in Serbia sarà pagato per tre quarti dall'Unione europea e per il resto da incentivi fiscali del governo di Belgrado. Quello stabilimento non costa nulla alla Fiat; per di più la sua gestione è vantaggiosa e genera utili. Perché Marchionne dovrebbe rinunciarvi?”. Già, perché? Forse perché gli imprenditori hanno delle responsabilità nei confronti delle comunictà che li ospitano e che li hanno a lungo finanziati?
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