Testigos del Olvido, Juan Carlos Tomasi, i testimoni dell'oblio, i reportage e la pietà

di Matteo Sarlo — 3 dicembre 2011

Decido, sceso dall’87, per le stradine interne, strette come nodi di cravatte di avvocati, per raggiungere piazza Navona. Qui, all’istituto Cervantes, sono raccolte le foto di otto Reportage che Medici senza frontiere e il Pais Semanal hanno realizzato sotto il nome di Testigos del Olvido o Testimoni dell’oblio. Nello spazio ampio della piazza quasi una percezione di libertà, come entrare nella casa di un amico, attraversare il corridoio fino all’apertura del salotto. Sembra tutto pulito, qui. Nessuna traccia di spread o mozziconi per terra. Nessuna cartaccia gettata, fosse anche quella delle merendine lasciate cadere dai bambini che, come piccoli fuorilegge, provano un gesto d’indipendenza. Le foto sono quelle di Juan Carlos Tomasi, fotografo che, dopo aver ritratto gli atleti delle Olimpiadi del '92 decise di cercare qualcosa di più. Insieme a Medici Senza Frontiere e al quotidiano spagnolo El Pais, ha raccontato le persone e i luoghi di otto paesi dimenticati. Ogni reportage è scritto da un importante narratore di lingua spagnola unitosi al viaggio. Tra gli otto ci sono il nobel Mario Vargas Llosa e Juan Josè Millas. La mostra è gratis. Eppure non c’è nessuno.

Ogni parete è una zona di mondo. Millas ha viaggiato nel Kashmir. Llosa in Congo. La mostra resterà aperta fino al 20 Gennagio 2012. Vicino alle foto poche righe estratte dai reportage. Llosa scrive che “nei campi profughi di Minova, l’attitudine più frequente fra chi si ritrova confinato lì e passa le giornate sdraiato a terra, senza muoversi per la debolezza o per la disperazione, è l’apatia, la perdita dell’istinto vitale”. Millas racconta che la penna, scrivendo della quotidianità delle famiglie nel Kashmir non si consuma ma si dissangua. “Qui era tutto scritto con il sangue. Non c’era una sola famiglia che non fosse stata vittima, direttamente o indirettamente, del conflitto. Chi non aveva perso un figlio, un genitore o una sorella, aveva perso un cugino, un vicino, un amico.” Racconta di come sono entrati, insieme al fotografo Tomasi, nell’intimità familiare di quelle case. Lasciavano le scarpe nel cortile e si sedevano a terra per ascoltare la “narrazione delle atrocità”. È quello che fa la letteratura, credo, avere pietà per ogni personaggio.

Vicino alle parole di Millas la foto di un cimitero. Una distesa di lapidi e erba secca mi ricordano una ragazza della mia scuola, della mia stessa sezione, morta nel primo semestre nel terzo anno. Durante la pausa delle 11, tra le dune di carta dei panini semi aperti, un gruppo dei professori che condividevamo parlano davanti ad una delle finestre del corridoio. Non ho mai saputo quali parole siano potute circolare in quel momento tra sei adulti esperti di biologia, arte, letteratura italiana, latina e greca, matematica e storia. Io non riuscivo a dire nulla. Così come ora.

Era una foto che avevo già visto, sul sito bianco di Tomasi. Anche sullo schermo del computer mi aveva stordito l’equilibrio di quei colori, la nitidezza compatta della macchina professionale. Come si costruiscono queste foto? C’è una definizione da film in alta definizione. Ma ora, materialmente appese alle pareti, sembrano così diverse. Le immagini restituiscono, ora, tutta la crudeltà dell’esistenza. La sua pietà. Non importa più con quale tipo di grandangolo siano state scattate. Che focale permette quella visione o se siano state ritoccate. Persino, la loro bellezza pare bloccare il dolore al quale additano. Ma solo per un attimo, poi di nuovo il viso della mia compagna di scuola morta al terzo anno a tre centimetri dalla mia faccia.

Osservo le foto come il bambino che forse era Millas, nel suo romanzo-biografia “il Mondo”. Pagava un suo amico, il Vitaminas, per sbirciare sotto una saracinesca la sua strada. “Osservata da quel luogo possedeva qualità iperreali, o surreali, forse oniriche”.

Non è un altro mondo quello incardinato sulle pareti difronte a me. Non è nemmeno il salotto di Roma di piazza Navona quello che vedo nella foto. Non sono i sampietrini del centro, bagnati di rado dalle punte d’acqua delle fontanelle sempre più chiuse. Ma è il mio mondo, solo, osservato con la guancia spinta contro la terra fredda sotto la saracinesca.

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