Real Madrid Barcellona 1 a 3, la sconfitta di Mourinho, la sapienza di Guardiola e il sorriso triste di Andres Iniesta

di Federico Pace — 11 dicembre 2011

Ha il volto che pare d'un bianco di gesso, è minuto e non ha nulla del glamour che artificiosamente ricopre le sembianze dei calciatori moderni. Andrés Iniesta è alto appena un metro e settanta centimentri e ieri, quando è uscito dal campo, al momento della sostituzione, quando mancavano pochissimi minuti e la partita Real Madrid Barcellona pareva già decisa, aveva l'espressione triste dei bambini che centellinano la gioia e le felicità come di chi ha sofferto molto e sa che qualche volta è meglio trattenersi. C'erano 83 mila e 500 spettatori. Molti hanno guardato quell'omino uscire dal campo. Molti sono rimasti in silenzio, altri hanno fischiato come avversari invidiosi, qualcuno però lo ha applaudito, consapevole del suo inarrivabile talento.

Forse è anche da qui che si deve partire per capire perché il Barcellona ha vinto, ancora una volta, nello stadio Santiago Bernabeu contro il Real Madrid. Tre gol a uno. Proprio da questo volto serio di un ragazzo magro cresciuto in una famiglia di lavoratori. Un ragazzo che nell'intervista di ieri su El Pais si era messo a parlare della crisi economica che sta cambiando la Spagna e non solo. Si era messo a dire che anche “se non conosco il problema in maniera molto approfondita, però ho la sensazione che ci sono state cose che si potevano evitare”. Dalla partita si aspettava che sarebbe stata difficile e molto contesa. Aveva ragione e, allo stesso tempo, non aveva ragione.

La partita, seguita dagli adulti e dai bambini di quasi tutto il mondo, era iniziata con un gol rapidissimo di Benzemà. Atletico e spietato. Un gesto perfetto e la palla era finita in rete alle spalle di Victor Valdés il portiere del Barcellona che oscilla di frequente tra grandi parate e errori sorprendenti. Così, con quella palla in rete, il confronto sembrava da subito prendere una strada favorevole per i calciatori allenati dall'irrequieto guru nato a Setubal nel 1963. Tutte le volte che il Real Madrid era passato in vantaggio, e questa volta era passato subito in vantaggio, aveva sempre vinto.

Per molti minuti il Barcellona è parso contratto e lontano da qual gioco fatto di passaggi continui, danze imprevedibili, accelerazioni e ricerche di profondità quasi vertiginose e inattese. Pareva avere smarrito la tranquillità. Angel Fabian di Maria, l'argentino che pare un Osvaldo Ardiles più alto e atletico, quasi dominava la sua porzione di campo. Fabio Coentrao sembrava insuperabile. Le magliette bianche più compatte e ordinate.

Poi però c'è stato un lampo di Lionel Messi. Era il ventinovesimo minuto. L'argentino si è mosso, come fa sempre, cercando le linee più brevi per arrivare in rete, ha superato un paio di avversari e ha offerto un pallone per Alexis Sanchez, ex giocatore dell'Udinese, che ha avuto la giusta sensibilità e forza di calcio per non sbagliare e cominciare a mettere il piede sul primo piolo della rimonta.

Da qui la squadra del Barcellona ha ritrovato se stessa e il Real Madrid si è perduto nell'evanescenza di Cristiano Ronaldo, nelle irrequietezze di giocatori che paiono subire, come Mourinho nei confronti di Pep Guardiola, una specie di senso di inferiorità non confessato. Una sensazione che impedisce loro di giocare una partita normale. Se mai sia possibile giocare contro questo Barcellona una partita normale.

Poi, nel secondo tempo, Iniesta, l'uomo con il viso colore del gesso, ha mostrato se stesso e tutto il suo talento fatto di giravolte semplici, di linee di passaggio inattese e imprevedibili. Leggere capriole d'aria che nessuno riesce a afferrare e intuire. A volte, neppure Lionel Messi e i suoi compagni comprendono per tempo quello che Iniesta riesce a pensare e mettere in pratica. Da centrocampo fino alla linea di fondo. Così l'esito della partita è sembrato inesorabile. C'è stato il gol di Xavi, deviato da Marcelo, e quello di Cesc Fabregas di testa. E molte altre azioni. E, seppure la partita è finita, dopo quattro minuti di recupero, in qualche modo, il suo vero epilogo si è avuto all'ottantanovesimo minuto quando, sostituito da Pedro, è uscito quell'omino dal viso del colore del gesso.

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)

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