Napoli Roma 1 a 3, le serpentine di Lamela, la papera di De Sanctis, i gol di Osvaldo e Simplicio e la gioia di Luis Enrique

di Federico Pace — 19 dicembre 2011

E' quasi sempre serio, ma quando parte, e ne lascia molti dietro di sé, trasmette una certa allegria nervosa. Erik Lamela, il ragazzino nato a Carapachay, con la capigliatura a cresta e la pelle del viso ancora segnata dall'irrequietezza dell'età, sembra avere una concretezza superiore a quella che la gioventù gli permetterebbe. La Roma di Luis Enrique deve anche a lui, e alla sua ostinazione, i progressi che l'hanno portata ieri a vincere contro il Napoli al San Paolo, lo stadio d'improvviso ammutolito sotto la pioggia, il freddo e i gol.

Tutto era iniziato con il viaggio in treno. I calciatori sempre così remoti e immersi nelle loro cuffie, quasi sempre a bordo di un aereo, ieri sera, per andare a Napoli, sono apparsi alla stazione Termini. Avvicinabili e concreti. Luis Enrique sorrideva. A lui, così appassionato alla maratona e agli sforzi per conquistare un obiettivo, deve piacere così.

Nel tunnel, prima di entrare in campo, Francesco Totti scherzava con gli avversari del Napoli con il suo ghigno sornione. Forse già intuiva qualcosa di quella fuga sulla sinistra del ragazzino argentino e ostinato. In campo Lamela si è fatto largo e nell'azione del primo gol ha ricevuto la palla da Taddei senza aspettarla troppo. Ha messo il corpo, ha fatto andare in terra un difensore, non è stato solo grazia ma, nel superare Campagnaro e tutta la difesa, ha messo in scena anche forza e fortuna. E' stato il gol del vantaggio, per l'incertezza delle mani, d'improvviso insicure, di Morgan De Sanctis (guarda la papera di De Sanctis)

Da subito una maggiore tranquillità e l'errore di Hamsik a porta vuota hanno fatto crescere la convinzione che il fato si stesse finalmente mettendo a guardare con un po' di compassione e senza spietatezza. I giocatori sono parsi avere avuto il tempo per pensare e ragionare. In campo si è visto anche Heinze parlare fitto con Juan. Un argentino, con i capelli lunghi e un cenno di barba, e un brasiliano introverso. Chissà in quale lingua discutevano delle ordinate dinamiche di una difesa. Poco più avanti, senza Gago e Pianjc, Greco, De Rossi e Simplicio si sono messi a fare girare la palla con la stessa attenzione. Sotto rete Osvaldo, la tigre rabbiosa, ha mancato due gol. Poi Lamela, il talento sicuro, ha colpito un palo come se non fosse opportuno approfittare ancora del fato. Un primo tempo può pure finire così.

Nel seconda parte c'è stato un fuorigioco di Cavani, l'infortunio a Lavezzi e un tentativo di Hamsik. Un po' di timore che le cose potessero cambiare. Poi invece, al quattordicesimo minuto, Totti ha messo al centro un pallone con la precisione di cui era capace Bruno Conti quando giocava ai mondiali del 1982. Osvaldo, nell'area piccola, non ha sbagliato. L'argentino, un altro talento della terra di Jorge Luis Borges e Diego Armando Maradona, ha ricevuto il premio di una partita trascorsa a faticare avanti e indietro per tutto il campo. Mentre correvano a festeggiare ai giocatori, forse, deve essere balenato il pensiero che l'incontro fosse ormai chiuso.

Tante le sostituzioni. Si è rivisto Bojan, mostrare gli atteggiamenti e le movenze di un matador giovanissimo. Sono entrati anche Perrotta, un po' spento, e Viviani. Il gol di Hamsik a un certo punto ha rimesso tutto in discussione. Ma non è stato così. Simplicio, il brasiliano che aspetta sempre il momento giusto, ha trovato il gol del 3-1. Dopo, finalmente, quando tutto è finito, e l'arbitro ha fischiato, si è visto, per la prima volta, il sorriso allegro di Luis Enrique.

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