Midnight in Paris di Woody Allen al cinema, la recensione e la nostalgia
C'è un solo modo per liberarsi della nostalgia. Finirci dentro fino al collo. Innamorarsi della donna di Pablo Picasso, stare in piena notte ad ascoltare per ore le parole scolpite nella pietra di Ernest Hemingway, andare dietro a Zelda e Francis Scott Fitzgerald come se fossero i nostri più nuovi amici capaci di stupirci con ogni proposta. Tutto di un fiato, notte dopo notte.
Midnight in Paris, il nuovo film di Woody Allen che da venerdì arriva nelle sale (vedi dove viene proiettato), pure intriso di nostalgia come solo le cose di Woody Allen sanno essere, si propone paradossalmente come una sorta di cura da somministrare a chi è affetto da quel sentimento malinconico che spinge a rimpiangere i tempi andati. Perché, immagine dopo immagine, pare in grado di sviluppare, nel modo più sottile, i necessari anticorpi che liberano da quella malia che i Tempi d'Oro sanno esercitare con tanta forza su chi, spaventato dal quotidiano non sempre riesce a cogliere il meglio di quello che ha sotto gli occhi.
Nell'al di là cinematrografico messo in scena da Woody Allen, Gil Pender, il protagonista di Midnight in Paris interpretato da Owen Wilson, è uno sceneggiatore di successo in viaggio a Parigi con la sua partner. Gil è alla ricerca del guizzo giusto per portare avanti il suo romanzo che da sempre è rimasto fermo, incompleto e indefinito. Parigi è forse l'occasione giusta, d'altronde per lui Parigi non è quella di oggi, ma piuttosto quella degli Anni Venti. Quella della Lost Generation, di Hemingway e Fitzgerlad e di un'infinità di artisti che hanno stravolto il modo di guardare alle cose, dalla letteratura alla pittura.
Owen Wilson, alter-ego giovane di Woody, di giorno gira con la sua metà per la capitale francese. Le parla della meraviglia della città con la pioggia, la bacia, prova a condividere con lei questa specie di anelito. Si accosta a lei, le sfiora la pelle, prova a contaminarla di questa sua insistente nostalgia. Lei, però, quasi impermeabile e sfuggente, rimane immune. Lo comprende, ma infine lo compatisce. Preferisce la città come è oggi. Con il sole. Preferisce incontrare i genitori, stare con gli amici, perdersi nel vortice lieve dello shopping. Andare a Versailles.
Una sera però, per i casi della vita, i due si separano. Gil così, proprio sull'orlo della mezzanotte finisce per passare, grazie a una specie di inspiegato sortilegio, nella Parigi dei suoi desideri. Indietro nel tempo, senza neppure sapere come. Incontra Ernest Hemingway (Corey Stoll), Francis Scott Fitzgerald (Tom Hiddleston) e sua moglie Zelda (Alison Pill). Cole Porter (Yives Heck), Salvador Dalì (Adrien Brody) e Gertrude Stein (Kathy Bates). Tutti perfettamente icone di se stessi e dell'idea, anche stereotipata, che il mondo conserva di loro.
Da lì, il precipizio è vertiginoso. Gli accostamenti e le scene. I dialoghi e i paradossi sono giochi puri. D'altronde la forza dei film riusciti di Woody Allen non è mai risieduta nella ricchezza e profondità della descrizione del personaggio, quanto piuttosto nel riuscire a restituire un'atmosfera e mettere in sequenza dialoghi fulminanti e improvvisi capaci di svelarci qualcosa su di noi.
Quando Owen Wilson, circa al trentesimo minuto del film, se ne sta ancora seduto in pigiama nella camera di un costoso albergo di Parigi a parlare con la sua partner, pare di rivedere, per un attimo, il giovane regista newyorkese dei tempi d'oro. Le scene a due, d'altronde, in quell'intimità di coppia, sono proprio il cuore che da sempre dà moto al cinema alleniano. Woody, infinite volte seduto agli angoli dei materassi, a discutere, negli interni newyorkesi. Woody sul balcone con Diane Keaton. In Io e Annie. O in Manhattan. Scene che, insieme a quelle in esterni, sono riuscite a instillare dentro ciascuno di noi un'irresistible attrazione per la New York dei tempi d'oro. Una città in cui la meraviglia della vita poteva trovare completamento nel sedersi su di una panchina a guardare il ponte di Brooklyn a fianco della persona più cara che si aveva. Una nostalgia, questa, di cui non vorremmo mai liberarci.
Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)
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