Lazio Sporting Lisbona 2 a 0 e arriva il passaggio del turno in Europa League
La Lazio ha vinto contro lo Sporting Lisbona e è passata ai sedicesimi di finale della Europa League grazie ad una buona prova e alla contemporanea sconfitta dei romeni del Vaslui contro lo Zurigo. Alla fine i più meravigliati apparivano i pochi tifosi biancocelesti accorsi all’Olimpico ai quali, nonostante le parole del tecnico svizzero Urs Fisher che aveva assicurato il massimo impegno, il passaggio del turno appariva quasi una chimera. Non senza ragione, del resto.
La squadra di Edy Reja si è presentata all’ultimo appuntamento del girone (che cadeva, per di più, alla vigilia di un altro importante incontro: lo scontro al vertice di domenica prossima contro l’Udinese) priva di molti titolari e piena di acciacchi. Una difesa inedita, a iniziare dal portiere Albano Bizzarri, messo in naftalina subito dopo la buona prova nella prima di campionato contro il Milan - complici le prestazioni di ottimo livello di Federico Marchetti – e recuperato in fretta e furia per l’occasione. A destra il tecnico friulano schierava Cavanda, giovane di ottime speranze proveniente dal vivaio, già affacciatosi nella scorsa stagione in prima squadra e “bruciato” al ’95 di Juventus-Lazio da Krasic (ma forse anche da Muslera – che fu infilato sul “suo” palo - e dallo stesso Reja, facendolo giocare sulla fascia sinistra). Non che sugli altri reparti dei biancocelesti non gravassero analoghe perplessità.
Inedito il centrocampo a tre, nel quale al redivivo Cana veniva chiesto di replicare la prova con il Lecce, rispolverato in attacco Kozak e affiancato da Cissé e Sculli, quest’ultimo con compiti di raccordo con la linea mediana. In panchina, i pochi altri arruolabili e qualche giovane della primavera.
Dall’altra parte lo Sporting che, pur già qualificato e sceso anch’esso in campo con molte seconde linee, prima del fischio d’inizio si riunisce in circolo dando l’impressione di meditare l’inutile colpaccio, ma forse al solo scopo di ripassare la lezione ed i piani tattici.
Non molti motivi dunque per essere ottimisti. Ma poiché quasi mai da due anni a questa parte la squadra di Reja è in sintonia con gli umori del proprio pubblico, i biancocelesti giocano la partita che non ti aspetti, quasi in scioltezza, sfruttando gli ampi spazi, subendo pochissimo (o almeno quasi sempre solo fino alla trequarti) le ripartenze dei lusitani, creando e sprecando occasioni fino al 40° quando Lulic imbecca Kozak che si esibisce nel pezzo forte del proprio repertorio, il colpo di testa, violando la porta dei portoghesi.
Quando inizia il secondo tempo i tifosi biancocelesti sono più concentrati a reperire informazioni sulla partita del Vaslui e quindi accade che, quasi sotto silenzio, Diakitè si trasformi in Beckembauer, avanzi a testa alta e palla al piede, salti un paio di avversari premiando il perfetto taglio di Sculli, che in solitudine insacca il due a zero.
Partita finita, o quasi. Ma non a Zurigo. La serata però è propizia. Lo si intuisce quando un tiro al volo di Lulic sorvola l’intera pista atletica e atterra al centro della curva nord; da lì parte un coro che si limita ad invitare ironicamente il Presidente Claudio Lotito – escluso da Abete e Petrucci dal “tavolo della pace” - a ricomprare il pallone. Quasi con la stessa fluidità con cui scorre la partita arriva dunque la notizia del primo gol degli svizzeri e allora il pubblico laziale si scuote dal torpore e si libera definitivamente dai timori, iniziando a capacitarsi dell’impresa.
L’esordio di Zampa, giovane primavera subentrato al posto dell’infortunato (!) Cana viene salutato da calorosi applausi; un’ovazione per Bizzarri che sventa, con un balzo felino, una pericolosa punizione calciata da Bojinov; e infine un secondo boato, l’ultimo, per il raddoppio dello Zurigo. Alla fine solo Cissé resta per un po’ seduto sul prato, testa bassa, forse interrogandosi sul gol che non arriva. Poi capisce che oggi importava solo la qualificazione, mette da parte la tristezza, si alza e va assieme ai suoi compagni a salutare i tifosi in festa.
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