Il chiostro di Michelangelo, il viaggio in Oriente di Le Corbusier e l’alto e il basso del post-moderno
Proprio ora che tutti hanno sancito la fine del postmoderno io mi accingo a studiarlo. Quando si dice non essere in sintonia con i tempi. Più o meno mi è successo la stessa cosa all’inizio, quando verso la metà degli anni Ottanta nei sentii parlare da Paolo Portoghesi, prima ancora di sfogliare in libreria il saggio di Lyotard, La condizione post-moderna. Perché tutto è partito dall’architettura, è giusto ricordarlo. Allora mi interessava di più il moderno. Lo approfondivo e intanto sbirciavo gli occhi all’architettura rinascimentale. Mi sembrava un’associazione più che legittima.
Negli anni Trenta deve essere successo qualcosa che ignoro e di cui però ne colgo la presenza ogni volta che mi imbatto in una casa o in una villa realizzata in quel periodo. Così come un mercato coperto, una scuola, una stazione o una semplice pensilina del tram. Con la fine del Movimento Moderno viene meno uno stile internazionale che ha connotato molti quartieri delle città europee. Almeno se non vogliamo porre sullo stesso livello i lavori di molti archistar. Dopo il Moderno non c’è stato più un codice tant’è che difficile ritrovarne un filo comune. Tutto è affidato all’estro di chi progetta sicuro che la tecnologia a disposizione sia in condizione di tener in piedi qualsiasi idea anche la più bizzarra.
Eppure, nessuno me lo toglierà mai dalla testa, l’architettura rimane una questione di pieni e di vuoti. Di volumi e di armonie, si intende. E non solo per quanto riguarda la facciata. Il discorso comprende anche il vissuto secondo il principio dell’abitare sviluppato da Martin Heidegger. Pur senza mai addentrarsi in un’analisi tecnica o storica, il filosofo tedesco fornì un contributo fondamentale attraverso poche parole: l’esperienza della soglia, in cui si racchiude il vissuto della opera e di chi al suo interno ne è accolto.
Quanto più vivi la città, più ti accorgi di quanto siano importanti queste poche regole. Prendi il chiostro che si trova nel Museo Nazionale Romano. Non importa capire se sia sia di Michelangelo o se è da attribuire a a qualche altro architetto. Quello che interessa è come si relaziona ai palazzi che lo circondano su tutti i lati. Solo a pochi metri c’è il traffico della stazione Termini e lì, invece, persiste una sospensione dello spazio e del tempo. Tutto merito del perimetro del chiostro. Il segreto di certe prospettive consiste negli edifici bassi. Mi viene da pensarlo ogni volta che percorrendo una strada improvvisamente si apre un vuoto. Non giustificato da nessun cortile ma che esiste solo come resto di una struttura demolita da poco. Visto con sospetto quasi fosse l’equivalente di una ammanco su un conto in banca.
Proprio lì dove la catena di palazzi si allenta, ti accorgi di come tutto ritrovi un respiro diverso. Per questo mi prendo a cuore la sorte di quei edifici abbandonati al loro destino fino al punto in cui non vale più la pena ristrutturarli e si rende necessario la demolizione. Per poi augurarmi che di lì a poco una lite tra i proprietari dei vari appartamenti o il fallimento improvviso dell’impresa non faccia mai progredire i lavori di restauro.
A guadagnarci è sempre la luce. E finalmente capisci quel discorso di alti e di bassi che chiunque si rifaccia al postmoderno non rinuncia mai a farti. Anche se in questo caso non c’entra niente la cultura. E il bisogno di contaminazione riguarda solo i palazzi. Sarebbe meglio non realizzarli assecondando una gara verso il cielo ma piuttosto una scala di volumi. Per determinare un ritmo ora spontaneo, ora ordinato. Prerogativa per lo più delle città mediterrane: Napoli, Istanbul, Atene. Questo è il filo che, probabilmente, seguiva Le Corbusier nel suo viaggio in Oriente. Poi però anche lui, per il bisogno di risolvere il problema dell’abitazione, fu preso da un eccesso di umanesimo. Solo così si spiega l’unità di abitazione di Marsiglia.
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