Articolo 18, Elsa Fornero, la Cgil, i diritti dei lavoratori e gli amministratori delegati dell'azienda Italia

di Franco Capra — 21 dicembre 2011

In questi giorni in cui si è tornato a parlare dell’articolo 18 e delle possibili modifiche o almeno del fatto di non considerarlo più un tabù,  come ha sostenuto la ministra Elsa Fornero, il dibattito subito si è riacceso al punto da costringere il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a intervenire con l’invito ad abbassare i toni. I ricordi vanno subito al  23 marzo del 2002 quando circa tre milioni di persone sfilarono a Roma in quella straordinaria manifestazione conclusasi al Circo Massimo con il discorso dell’allora segretario della CGIL, Sergio Cofferati. Fu una prova di forza che molti considerarono un argine sufficientemente solido da reggere ancora per diversi anni all’attacco ai diritti difesi da quell’articolo.

E’ probabibile che tra coloro che scesero in strada quel giorno ci fossero anche quelli che avevano lottato fuori e dentro le fabbriche per tutti gli anni Sessanta fino a quando, l’11 dicembre di 41 anni fa, alla vigilia della strage di piazza Fontana, il testo di legge dello Statuto dei lavoratori redatto dall’allora Ministro Giacomo Brodolini e dal professore Gino Giugni fu approvato al Senato. Per  poi, nel maggio nell’anno successivo, essere approvato anche alla Camera. Ora alla generazione dei trentenni, quelli all’incirca nati intorno a quegli anni, che più subiscono la precarietà, si sta dicendo come si è già detto ai pensionati, che per il bene dell’economia del Paese converebbe rivedere pure quei diritti e in particolare proprio quella norma.

Più o meno subdolamente si cerca di far passare una sorta di limitazione dei diritti dei lavoratori sulla base di uno scenario emergenziale simile a quello che portò all’introduzione della legge Reale ai tempi del terrorismo negli anni Settanta. Con la differenza però che quando l’Italia riuscì a sconfiggere il terrorismo, fu automatico eliminare gradualmente quelle restrizione. E invece oggi si ha tutta l’impressione che le forze in campo siano impegnate in un’operazione di restaurazione che va ben oltre la contingenza del momento. Viene il sospetto allora che i tecnici di questo governo siano stati chiamati non tanto come i medici al capezzale del malato o i generali a decidere l’entrata in guerra del nostro esercito per sconfiggere gli attacchi del mercato, quanto come dei nuovi  amministratori delegati di quella che con Silvio Berlusconi è diventata l’azienda Italia.     

 

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