Addio Socrates, il calciatore illuminato non ce l'ha fatta, un ricordo e i suoi gol
Socrates, o almeno il corpo vivo del grande calciatore brasiliano, non c'è più. A tradirlo è stato l'ultimo colpo di un'infezione intestinale. Aveva 57 anni e aveva condotto, fino a ieri, una vita irrequieta, combattiva e piena di idee. Quando Socrates arrivò in Italia era già una star di livello mondiale con un'aria da intellettuale tutta particolare. Era alto un metro e novanta e portava solo 37 di piede. Socrates era una specie di Julio Cortazar della pedata. Stessa intelligenza, stessa timidezza. Stesso aspetto fisico. Quasi gigantesco ma senza avere un'imponenza aggressiva. Piuttosto pareva gentile. Altissimo, barbuto e molto arguto. Non molti in Italia lo capirono, alle volte venne anche deriso per quel suo modo lento di fare girare la palla, per una sua certa inconcludenza. Per la sua apparente astrattezza e per il distacco con cui pareva guardare alle cose. Alla fine, alla Fiorentina, rimase solo un anno.
Certo, aveva un'idea del calcio diversa da quella di molti. Un'idea poetica e sociale. Nel Corinthians, la squadra che lo definì come calciatore e uomo più di ogni altra, mise in piedi una specie di gestione socialista e democratica. Tutti decidevano di quello che si doveva fare. Era una gestione collettiva. Un esperimento originalissimo e quasi mai ripetuto. Pensava al calcio come a qualcosa di sublime. Per lui doveva avere dignità, forza e allegria. Le stesse cose e a cui forse pensiamo tutti fin quando siamo giovanissimi. Solo che lui aveva continuato a pensarlo anche da adulto. Dopo la sconfitta del Brasile contro l'Italia ai mondiali di Spagna, aveva detto: “non devi giocare per vincere, ma per non farti dimenticare”. Da centrocampista consapevole e saggio aveva detto che "noi calciatori siamo artisti e, quindi, siamo gli unici che hanno più potere dei nostri capi”.
Aveva passato tormenti e sofferenze. Dopo avere dato l'addio al calcio non pareva avere più trovato uno spazio capace di fargli trovare quell'equilibrio e riconoscimento che meritava. Aveva provato la musica. Si era avvicinato alla pittura. Beveva, certo. E nell'alcol alla fine trovava il conforto che la vita sembrava negargli. "Un bicchiere di birra, aveva detto, è il mio migliore psicologo".
In un articolo pubblicato ieri sul quotidiano spagnolo El Pais, dopo il suo terzo ricovero parso da subito preoccupante, Jordi Quixano aveva ricordato uno dei gesti più importanti di quel calciatore che affascinava eludendo con il tacco. Il giorno della finale del campionato paulista del 1983. A quel tempo il Brasile era ancora sotto una lunga dittatura militare. Si giocava Corinthians-Sao Paolo. Socrates all'improvviso uscì sul campo da solo, con il braccio alzato e una maglieta con una scritta, assai diversa da quelle di oggi: “Vincere o perdere, ma sempre con la democrazia”. Oggi che Socrates non c'è più, oggi che il calciatore illuminato non c'è più, siamo tutti un po' più soli. Ma, grazie a lui, con qualche idea e un po' di consapevolezza in più.
Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)
- LE PAROLE DEL GIGANTE: intervista a Socrates a Rede Globo (agosto 2011)
- SOCRATES E GABI: intervista parte 1, parte 2, parte 3, parte 4
- SOCRATES E IL GOL: la rete che segnò nella finale contro il Sao Paoloatch?v=_Z3-3CJ6bz8
- MUSICA PER SOCRATES: Corinthians do meu coracao di Toquinho
- RETI: i gol di Socrates con il Corinthians
- ROMA LECCE 2 A 1: la rovesciata di Osvaldo e il fiore di Coleridge
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Commenti
Scritto da paolo — 4 dicembre 2011 alle 12:26
grandissimo Socrates!!! che riposi in pace. mi dispiace tantissimo per lui e per quel tacco meraviglioso! io lo ricorderò sempre.
Scritto da nicola68 — 4 dicembre 2011 alle 12:54
io me lo ricordo ancora in Italia Brasile in Spagna, che partita ragazzi... e lui che giocatore, quella era una generazione fantastica, se ci penso, Junior, Toninho Cerezo, Falcao, Zico, mammamia, oltre che Cristiano Ronaldo!
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