Miracolo a Le Havre di Kaurismaki, il barcone che si ribalta a Brindisi, una recensione e i frammenti di umanitÃ
Ho ancora negli occhi le immagini del film di Kaurimaski, Le Havre, quando di ritorno a casa, leggo dell’ultima tragedia accaduta da poco a largo di Brindisi. Si teme una strage di migranti. Per il momento solo alcuni corpi sono stati recuperati. Sbattuti sugli scogli. La barca a vela di quindici metri partita cinque giorni fa dalla Turchia con a bordo una settantina di curdi, afgani e cingalesi, non ha retto all’urto delle onde del mare in tempesta.
Le Havre o Miracolo a Le Havre, nella versione italiana, parla anche di questo. Anche se non in maniera esplicita. E’ il destino di tutti i porti del Mediterraneo del resto: non si contano i film ambientati su queste coste. Alla base c’è sempre il tentativo di un approdo più sicuro ma che spesso non ha un esito positivo. Si muore per asfissia in un container o in un tir. Oppure inghiottiti rapidamente dalle onde. E quando si riesce a farla franca al mare e alla fatica del viaggio, c’è la polizia ad aspettarli.
E’ quanto accade all’inizio del film di Kaurismaki a un gruppo di uomini e donne scoperte in un container. Solo un ragazzo riesce a scappare con la complicità di un commissario, irreale per quanto umano e per sua fortuna ad imbattersi in un uomo, il protagonista, ancora più irreale se la misura, il metro della fedeltà al reale è sempre il grado di umanità.
Tutto diventa più comprensibile invece alla luce del fatto che, come spesso accade, i film di Kaurismaki sono popolati dai vinti. Una razza speciale, diversa dai poveri così come dai perdenti, che ha una propensione particolare appunto al gesto nobile. Considerandolo forse la vera occasione per il riscatto della loro vita agra. Non a caso nel film tutti silenziosamente si danno da fare per impedire che il ragazzo finisca nelle mani della polizia. Le parti si invertono: i veri clandestini sono gli appartenenti a questa piccola comunità. Tutti i loro sotterfugi ricordano quelli messi in atto dagli uomini della resistenza in certi film ambientati nella Francia durante l’occupazione nazista.
L’ironia poi non manca. E’ il tocco con cui Kaurismaki, che per certi aspetti ricorda il regista georgiano Otar Ioseliani, rende tutto più leggero e sopportabile. Persino un’atmosfera che oscilla tra il melodramma e la fiaba. E se l’ironia non bastasse c’è l’interpretazione straniante dei personaggi a far fare un corto circuito continuo al genere. Se poi si considera il modo di inquadrare, l’attenzione al particolare, agli ambienti, se ne ricava un livello di realtà nuovo. Che per certi versi ti appare persino più necessario di molti altri film che ambiscono a essere tali. Sto pensando a Terraferma di Crialese.
Sarà un caso ma vorrà dire pure qualcosa se i film più interessanti sempre più spesso si trovano fuori dai circuiti più tradizionali di distribuzione. Come per esempio il documentario, Border, della regista inglese Laura Waddigton realizzato nei pressi del campo della Croce Rossa di Sangatte, non lontano da Calais. Riprendendo di notte i rifugiati afgani che tentavano di sfuggire alla polizia e attraversare il tunnel della Manica per raggiungere l’Inghilterra, così come ha intenzione di fare il ragazzo nel film di Kaurismaki.
Perché ciò che ci spinge a sederci davanti a una schermo molto spesso è il desiderio di fare luce su questi frammenti di umanità, non abbandonarli all’indifferenza delle statistiche sui flussi migratori che tanto piacevano all’ex ministro degli Interni, Maroni, e si spera un po’ meno a quello attuale. Un modo anche questo per riconciliarci col Mediterraneo, e per poterci tornare ogni estate di nuovo a immergerci.
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