La Stazione Tiburtina, l'inaugurazione del 28 novembre e la scomparsa della tradizione delle stazioni ferroviarie italiane
Oggi l’inaugurazione della nuova Stazione Tiburtina annunciata come il primo hub dell’Alta Velocità. Alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e del ministro delle infrastrutture, Corrado Passera. Per vederla a regime però bisognerà aspettare il 12 dicembre quando le fermate dei Frecciarossa passeranno dalle 4 di adesso a 18. Con 14 fermate in più proprio qui a Tiburtina.
Solo l’altrieri sembrava ancora un cantiere aperto e non solo per i lavori in corso ma anche per il fatto che la gente diretta dall’altra parte della strada, lo attraversava per accorciare il tragitto. Due operai nel cesto del braccio della gru posto sotto la targa “Roma Tiburtina”, si davano da fare per ripulire i caratteri. Poco oltre, sotto la sopraelevata della tangenziale, altri operai dell’Ama erano impegnati nel tentativo di ripulire anche gli angoli più nascosti dagli ammassi di bottiglie di plastica, lattine e altri resti di chi qui sotto è accampato da anni. Il lavoro, per quanto eseguito con energia, aveva tanto l’aria della solita polvere che si nasconde sotto il tappeto prima di ricevere gli ospiti nel salotto buono.
Sarà stato per la presenza delle transenne, ma mi è risultato difficile raggiungere un punto dal quale avere uno sguardo di insieme. C’è chi suggeriva di percorrere la tangenziale dall’uscita del Verano e chi di salire sul ponte della Tiburtina. In mancanza dell’auto ho optato per la seconda ipotesi. Più o meno al centro del ponte ho provato a osservarla attraverso la rete metallica ma il suo lungo e basso profilo, in vetro e acciaio, si confondeva alle linee dei binari e degli altri cavi sospesi. All’orizzonte appariva solo un ammasso di grigio che variava di poco in tonalità tant’è che ho rinunciato a scattare la foto in bianco e nero. Si intravedevano ai lati le parti aggettanti del tetto, anch’esso in acciaio, e per un momento ho provato a immaginarmelo in legno. Dolce a caldo alla maniera di una struttura ecocompatibile.
Anche oggi a rivederla non appare diversa. Simile alle altre zone di transito di un qualsiasi aeroporto. Tra gli più anziani, di solito i più attenti e severi verso il nuovo, sembra prevalere l’indifferenza. Atteggiamento che, soprattutto in architettura, non depone mai a favore se non muta nel giro di poco tempo. E’ meglio essere raggiunti da giudizi sprezzanti, per quanto ingenerosi - come è stato per la Teca dell’Ara Pacis di Meier - che non suscitare nessuna reazione.
Nel tentativo di guardarla da tutti i lati, mi sono avventurato persino lungo la rampa di scale che porta sulla tangenziale. Ho fatto qualche metro, ma l’effetto non è cambiato. Quello del grigio dell’acciaio rimane il colore prevalente e l’occhio impazzisce nel cercare un appoggio dalla prima linea del guard-rail al tetto. Sono risceso per le rampe e ho cercato, per quanto è possibile, di appropriarmi dello sguardo del passante, di chi magari di fretta arriva fin qui dalla metropolitana diretto alla stazione dei pullman che in quanto a bruttezza forse non ha paragoni in Europa e persino in buona parte del resto del mondo.
Ho alzato lo sguardo per poi velocemente abbassarlo subito dopo. Me ne sono andato con la sensazione che mi mancasse qualcosa. Che ne è del laterizio e del travertino della vecchia stazione? Niente, neppure un frammento a cui persino il più modesto architetto non rinuncia mai nel restaurare una locale o una casa in muratura, lasciando a vista pezzi della volta a botte. Niente della gloriosa tradizione delle stazioni ferroviarie italiane, sembra esserci qui. Sono ritornato di fretta a Termini quasi per rifarmi gli occhi e riappropriarmi di quel segno così potente e simbolico.
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Commenti
Scritto da lucy — 28 novembre 2011 alle 09:31
io ci passo davanti quasi ogni giorno, e per me è bruttissima!!
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