La cittadinanza, gli immigrati che nascono in Italia, il presidente Napolitano e le parole di Barbara Spinelli

23 novembre 2011

"Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un'autentica follia, un'assurdità. I bambini hanno questa aspirazione". Così ha detto il presidente Giorgio Napolitano durante l'incontro al Quirinale con la Federazione delle chiese evangeliche.

Le sue parole sono sembrate, a chi le ha ascoltate, finalmente parole di chi osserva la città in cui vive. Di chi guarda negli occhi le persone che la popolano e le danno vita. Eppure subito in molti, soprattutto gli uomini della Lega sono ricorsi a negare qualsiasi spiraglio. Impauriti e incapaci di offrire soluzioni che abbiano un lungo respiro. Tutti impegnati a conservare un oggi, un quasi ieri, che non c'è più. Roberto Calderoli ha detto che “La Lega su questa materia è pronta a fare le barricate in Parlamento e nelle piazze. E non vorrei che questa idea altro non sia che il 'cavallo di Troia' che, utilizzando l'immagine dei 'poveri bambini', punti invece ad arrivare a dare il voto agli immigrati prima del tempo previsto dalla legge”.

Ma non solo la Lega. Anche Maurizio Gasparri a nome del Pld ha posto un chiaro veto: "Non si possono affrontare le leggi sulla cittadinanza a spallate e con semplificazioni che francamente rischiano di complicare e non di semplificare la vicenda. Ci si può confrontare, si può discutere ma siamo in tanti a ritenere assolutamente inopportuno passare al regime di ius soli, riconoscendo la cittadinanza a chiunque nasca in Italia. Questa sì che sarebbe una scelta assurda, che il Parlamento non farà".

Bersani nel suo intervento in Parlamento aveva detto: "Cari leghisti, abbiamo centinaia di migliaia di figli di immigrati che pagano le tasse, vanno a scuola e parlano italiano e che non sono né immigrati né italiani, non sanno chi sono. È una una vergogna". Berlusconi, non ha detto nulla. Come sempre, sulle cose che riguardano la società, la gente, i cittadini, lui non ha nulla da dire.

C'è chi dello straniero ancora conserva un'idea terrorizzata e terrorizzante. Impaurita e impaurente. Si sollecitano gli istinti più immediati, per lucrare sul voto, e intanto non si partecipa davvero ad alcuna messa a punto della società che irrimediabilmente sta cambiando. Barbara Spinelli, in uno dei suoi libri scrive che «dello straniero, alterità assoluta ma incarnata, abbiamo bisogno per compiere la difficile scelta tra convivenza e rivalità, tra guerra e pace civile, tra diritti e doveri dell'uomo. Ne abbiamo bisogno per capire la diversità e restare tuttavia noi stessi. Con il suo appello e la sua rivendicazione, lo straniero pone infatti una domanda che non è solo la sua, ma è la domanda che noi siamo indotti a rivolgere a noi stessi. Egli ci obbliga a interrogarci, a guardare la nostra patria dal di fuori, come stranieri a nostra volta... La domanda riguarda il nostro ordinamento e il modo in cui esso può trasformarsi in maniera tale da divenire anche l'ordinamento dello straniero: "Che ne è della tua giustizia? Dei tuoi diritti e dei tuoi doveri? Del tuo Stato? Delle tue norme giuridiche?"».

Almeno apparentemente usciti dal tunnel degli interessi privatissimi di Silvio Berlusconi, gli italiani possono tornare a sperare, seppure con occhi vigili, che chi li governa si occupi di loro e della forma della società in cui siamo chiamati a vivere.

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