L'11-11-11 e occupy the world, gli studenti e gli indignati in piazza, i governi dei tecnici, Mario Monti e il fatturato delle mafie
L'11-11-11, in occasione della manifestazione mondiale “Occupy the world” in Italia, gli indignati sono tornati in piazza. Sin dagli slogan e dai luoghi individuati appare subito chiaro contro chi protestano: i poteri economici e finanziari. Del resto con la designazione in Grecia di Lucas Papademos, ex vice-presidente della Banca centrale europea, a premier del nuovo governo di larghe intese e in Italia con il possibile incarico a Mario Monti, ex commissario europeo, sta emergendo tutta la debolezza della politica. Come se la crisi che stiamo vivendo fosse legata esclusivamente ai mercati e quindi affrontabile solo con dei tecnici. "La questione ora - si chiede non a caso oggi il New York Times - è se sia in Grecia che in Italia i tecnocrati posso riuscire là dove hanno fallito leader politici eletti".
Ma non c’è altro un elemento da considerare. Sono davvero degli interventi che esulano dal campo politico quelli che questi tecnici si apprestano a intraprendere per tentare di sollevare le sorti di entrambi i paesi? Forse questo provano a dirci gli indignati focalizzando l’attenzione sui luoghi simbolo di questo potere econimico e finanziario. A Roma i “Draghi ribelli” si sono dati appuntamento sotto il ministero del Tesoro. "E' ora di dividere la grana”, c’è scritto sul comunicato del loro sito web. A Venezia un centinaio di persone tra indignati e studenti hanno protestato contro la crisi e le scelte economiche governative davanti alla sede della Banca d'Italia. Hanno montato quattro tende sul selciato nel tentativo di prolungare la propria permanenza davanti allo stabile. Anche a Bologna dopo i cortei della mattina, nel pomeriggio gli indignati si sono dati appuntamento davanti alla sede della Banca d'Italia. Contestazioni contro le banche ci sono state anche a Napoli e Milano.
Se l'dentificazione del mercato con il “nemico” legittima l’intervento in questa "guerra" dei nuovi generali e dei nuovi colonnelli, i tecnici appunto, i politici attenti come si sa al consenso e incapaci come si sono dimostrati di gestire i processi, possono soltanto limitarsi a tranquillizzarci spiegandoci che la nostra è soprattutto una crisi di liquidità. Ma la diagnosi che ci offrono finisce invece per preoccuparci ulteriormente. Se si pensa che secondo la Banca d’Italia, ogni giorno l’industria del riciclaggio ripulisce 410 milioni di euro. Un fatturato di un’economia sommersa che vale almeno il 10 per cento del Pil. Da cui si ricava che le mafie sono gli unici a non avere problemi di liquidità.
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