Il pranzo tra Monti e Berlusconi, l’atmosfera del ventennio, e la luce dei pomeriggi di novembre
Si è appena concluso il pranzo tra Mario Monti e il vecchio premier da troppo da tempo alla guida del Paese. In serata Silvio Berlusconi, salvo colpi, di scena si dimetterà e probabilmente il presidente della Repubblica Napolitano, domani conferirà l’incarico a Mario Monti. In momenti come questi in cui il vecchio sta morendo ma il nuovo non è ancora nato, si inganna l’attesa passeggiando e le strade diventano tutti corridoi d’ospedale che portano a una ipotetica sala parto. Un fondo di preoccupazione investe tutti: niente è sicuro e le ombre del passato improvvisamente ritornano a farci compagnia.
A mano a mano che la luce del sole si fa più matura come frutta colta dagli alberi, mi viene da pensare a Alberto Moravia. Non so spiegarmi bene il motivo anche perché di Moravia ho letto soltanto Gli indifferenti, un romanzo ambientato soprattutto all’interno di una villa dove la luce arriva filtrata da tende di velluto cupo oppure da lampadari a tre braccia. Fuori piove sempre e la città, Roma, è irriconoscibile. Ridotta a muri macchiati da chiazze di umidità, cosi come la vegetazione a una anonima arborescenza e l’unica indicazione stradale appare quando uno dei protagonisti in taxi raggiunge via Boezio.
In quelle memorie del sottosuolo dell’Italia del ventennio fascista, non c’è luce. Solo ombre e penombre che alimentano gli stati d’animo delle persone che pensano, si esprimono e agiscono in maniera ambigua e debole: l’atmosfera è sempre pesante e corrotta, il disordine impuro, l’abbondanza sciatta, la volontà rassegnata, il disprezzo compassionevole, l’indifferenza ingiuriosa, il desiderio isterico e infine, la ragione lontana.
L’operazione che Moravia porta avanti, attraverso un’ambientazione decisamente teatrale, è quella di andare alle radici oscure del fascismo. In tutto il libro non se ne parla. Ma come sempre accade per le opere riuscite, la censura più che subita viene rielaborata stilisticamente: ogni parola, ogni sentimento, ogni intenzione allude sempre e soltanto al fascismo. E’ come se lo scrittore guardasse la società attraverso delle lenti speciali. In questo senso la pioggia, l’acqua che continua a scendere trasformando i marciapiedi in banchine, agisce come un liquido di contrasto.
Nei primi anni Sessanta Moravia si trasferisce con Dacia Maraini sul lungotevere della Vittoria, nella casa in cui rimarrà fino alla morte, ora diventata Museo. Da lì, dal suo studio, si può immaginare la vista di cui godeva sul Tevere e sui Parioli che scollinano secondo un andamento e una morfologia da luogo agreste. E' lì forse, da quella finestra, balcone o terrazza che maturano i romanzi successivi così diversi dal tono degli Indifferenti.
E’ probabile che nelle sue passeggiate spesso raggiungesse Villa Borghese e che in tram risalisse fino a piazza Ungheria. Per poi magari tornare a casa a piedi. Avvolto nel panno della sera incipiente già rappresa dall’umidità e con la testa sempre alta a osservare la penultima luce. Ed è probabile pure che senza più inforcare quegli occhiali speciali, continuasse a vedere le persone animate dalle stesse pulsioni e le case e le ville, depositari dei medesimi segreti. Come se da lontano dialogasse con gli scheletri usciti dagli armadi alla solita ora, per affacciarsi alla finestra a salutarlo.
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