Il panino dello chef Gualtiero Marchesi, le offerte del McDonald's a piazza di Spagna e la trappola della riproducibilità

di Matteo Sarlo — 6 novembre 2011 — 2 commenti

Sono andato per mangiare Vivace e ho mangiato Adagio. Non sapevo che i panini, firmati da uno chef, durassero così poco. Dal 5 ottobre il primo e dal 26 ottobre l’altro. Uscito dalla metro di piazza di Spagna, i ragazzi di fronte al McDonald’s con lo zaino appeso sulle spalle sono, da lontano, solo le macchie di un preside presbite.

È davanti alla cassa che una ragazza bionda e cotonata come una Marylin Monroe mi dice che il panino Vivace, opera dello chef milanese Gualtiero Marchesi, non ce l’hanno più. Sparito. Ma posso prendere ancora Adagio, quello del 26 Ottobre. Anche quest’ultimo, è una ricetta dello chef pluristellato.

Marchesi è stato il primo italiano a ricevere tre stelle Michelin, rinomato criterio di valutazione gastronomico internazionale. La ragazza aspetta una mia decisione con la noia di chi spolvera il computer e, poi, un libro di Dostoevskij. Decido di prendere solo un Adagio e menù piccolo. Meglio concentrarsi su pochi sapori.

Seppure con difficoltà, trovo un posto per sedere e, così, mangiare il panino del grande cuoco italiano. Sulla scatola, la descrizione del panino come fosse il quarto di copertina di un romanzo. Mandorle a pezzetti sopra il pane, mousse di melanzane, pomodori e ricotta salata. Marchesi nella biografia ha dichiarato di essersi ispirato a Andy Warhol quando realizzò quattro paste di forme diverse condite solo con olio. “Assenza di colore, assenza di sovrastruttura per riapprezzare la forma, per riapprezzare il valore della consistenza”.

Mando giù il primo morso. Sento la salsa di melanzane che inonda le pareti della bocca e procede. Poi arriva l’acidità della ricotta salata e qualche ricordo di pomodoro. Subito giù ad addentare ancora. Sto su uno di quei banconi con sgabelli dove devi poggiare tutti e due i gomiti per non cadere. Sulla mia sinistra il gruppetto prima solo macchia lontana. Tre ragazze e due ragazzi. Due McBacon e un Big Mac e altri che non riesco a riconoscere. C’è qualcosa di incongruente nelle passate di pittura delle unghie minute mentre reggono le sfere appesantite dei panini. Forse sentono la libertà distesa dell’uscita da scuola. Nessuno di loro ha scelto il panino di Marchesi.

Eppure ho il sospetto che in fondo, io e loro non stiamo masticando qualcosa di così differente. Big mac, Big Tasty o Adagio, forse, raccontano tutti la stessa atmosfera. E tutti noi, veniamo qua cedendo quasi ad’ una dipendenza più interna.

Ma ha davvero senso che uno dei più importanti chef al mondo venga chiamato per una produzione su larga scala? Può incunearsi l’originale, l’opera nella sua unicità, nella riproducibilità dei prodotti in serie, nati già riprodotti? E, esiste ancora l’originalità fuori dalla riproduzione? Walter Benjamin scriveva, a proposito della nascita del cinema, di un’arte non cultuale e mai originale. Diceva che la percezione di recitare per un’apparecchiatura e non di fronte al pubblico rende impossibile “adeguare l’interpretazione al pubblico durante lo spettacolo”. Non ci sono le mani di Marchesi nella cucina del McDonald's a piazza di Spagna. Adagio è buono, come lo sono tutti, ma non basta.

Peccato, comunque, non aver assaggiato anche l’altro, Vivace. Hanno dato un limite di tempo ai panini. Come, forse, per dire che l’arte non si può riprodurre troppo a lungo. Come, forse, per divellere l’incubo noioso della riproduzione imparziale e infinita, che il fast-food più famoso al mondo simboleggia. C’è da cogliere il momento giusto, perché poi svanisce. Ma sembra più un brand, che un Michelangelo.

Nella sua biografia, Marchesi racconta che negli anni Sessanta, inventò un panino che consisteva di pane imburrato, ventresca di tonno, cipolline sottaceto e filetti di acciughe. Lo descrive come “abbondante di sapore. Era alto cinque strati e per questo lo avevamo battezzato il panino Grattacielo rigorosamente accompagnato da vino rosso e grappa”. Forse, a poterne masticarne un boccone, era lì la traccia dell’unico. Per Benjamin, aura per sempre perduta.

Solo in una brutta copia di una lettera, destinata alla pittrice olandese Maria Blaupont ten Cate, che sembra ricambiare l’amore per il genio di Francoforte nell’estate del 1933, le parole di Benjamin sembrano ricreare l’illusione di una nuova originalità: “ho appena passato un’ora intera, da solo, sulla terrazza, con il ricordo di te[…]ogni volta che sono stato innamorato, la donna a cui ero legato era naturalmente la migliore e anche, sì, l’unica. Fra le tue braccia, il destino rinuncerebbe per sempre a sferrare i suoi colpi”. Nel 1934, Toet ten Cate sposa un francese. Louis Sellier.

Uno dei due ragazzi, muto, sembra non guardare più il panino lasciato come scoglio nel mare del cartoncino quadrato. Guarda una delle ragazze. Gli piace che quando scoppia a ridere, si porta una mano alla bocca.

Commenti

  1. Scritto da Flavio 6 novembre 2011 alle 23:33

    Benjamin non giudicava assolutamente in maniera negativa o nostalgica la riproducibilità dell'opera d'arte e l'assenza di "aura". Al contrario sottolineava le nuove possibilità anche in senso politico e sociale.

  2. Scritto da luciana 7 novembre 2011 alle 10:46

    anche io ho assaggiato il panino di Marchesi, niente di speciale, il sapore sembrava quello di un big mac, non big e senza cetrioli. si sentivano le melanzane, certo, ma non bastava, in questo caso, il problema è davvero quello degli ingredienti e della loro qualità, in casi come questi, in questi grandi centri, la qualità inevitabilmente piega davvero verso il basso, e poi quando si tratta di così grandi quantità, panini, uno dietro l'altro, purtroppo non c'è niente da fare... piuttosto mi chiedo se Marchesi si sia chiesto se valesse la pena fare un'operazione del genere per quel pungo di soldi che ha ricevuto?

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