Homo Sapiens, la grande storia della diversità umana, la mostra al Palazzo delle Esposizioni e la zanzara nell'ambra

di Federico Pace — 12 novembre 2011 — 1 commenti

Fuori, per strada, gli uomini e le donne con indosso gli abiti d'autunno. Ai piedi, portano scarpe chiuse. Camminano rapidi. Qualcuno si tiene per mano. Dentro al Palazzo delle Esposizioni, al secondo piano, in una piccola teca ci sono le costole e gli altri frammenti di ossa che ricostruiscono il corpo minuto di una donna vissuta milioni di anni fa. E' Lucy. Da allora sono trascorsi 3,2 milioni di anni. In Etiopia. E là fuori, poco distante, in questo tempo, in questo oggi così effimero, c'è un fiume di esseri umani impegnati nella propria processione quotidiana. Qui dentro, solo qualche frammento. Tracce prima perdute, poi dimenticate per ere intere finché, d'improvviso, sono state recuperate.

Qui dentro, nelle grandi sale dagli ampi soffitti al secondo piano, non si sente il rumore delle vetture, eppure mentre osservi il piccolo cranio di un bimbo che fu preda di un'aquila nella notte dei tempi, non puoi fare a meno di sentire l'eco dei clacson delle vetture e non sai se quel suono, o il ricordo di quel suono, ti sia di conforto o ti appaia incongruo. Non riesci a capire se l'oggi, questa porzione di tempo che ti è stata offerta di vivere, sia solo uno dei tanti, casuali e possibili futuri di quell'antico ieri o qualcosa d'altro.

La mostra è quella sull'Homo Sapiens, la grande storia della diversità umana. E' aperta fino al 12 febbraio del 2012. A curarla sono Luigi Cavalli Sforza e Telmo Pievani. I due dicono che "il filo conduttore è lo spostamento, l'esplorazione, la dispersione degli umani in uno spazio ecologico instabile e frammentato. L'approdo è quello della forte unità storica e genetica dell'umanità, ma al contempo della sua proliferante produzione di diversità".

C'è una selce tenuta in mano in un'alba primordiale. E poi il giorno dopo. E poi ancora. Finché un giorno è stata deposta. E non usata più. Sta nel chiuso di una teca. Davanti c'è un uomo con in testa un cappello. La osserva. Gli squilla il cellulare. Con la sua mano sfila il telefonino dalla tasca della giacca. Pensi, la selce e il cellulare. Le mani di due uomini. Gli istanti lontanissimi di ere profonde attraversate di notte, come un lampo. Uomini con incubi simili. Chissà quali sorrisi. La mano dell'uomo lontanissimo che ha tenuto nel palmo la selce. Quella dell'uomo così fragilmente contemporaneo, che tiene in mano il cellulare. Le selce poi deposta. L'uomo che saluta. Il cellulare in tasca. E rimane fermo a scrutare. Forse prova a immaginare quella lama di pietra tra le pieghe della propria mano.

Un'altra sala. L'uomo di Neanderthal. Il teschio più schiacciato, più sviluppato in orizzontale, l'osso sopraorbitale robusto e sporgente, la fronte sfuggente. Così diverso dall'Homo Sapiens. Eppure contemporaneo a lui. Due ipotesi di uomini nello stesso tempo. Non c'è mai stato un solo uomo. E poi l'ominino di Denisova. Un'altra specie ancora. Un dedalo di umanità. Che forse non s'è incrociata mai. O forse invece sì. Con le unghie sporche e le paure dei tuoni. Fermi anche loro a guardare il cielo. Come gli uomini che sulle scalinate, fuori dal palazzo, stanno ad aspettare che arrivi qualcuno. Un appuntamento. Una sera da passare insieme. Incontri e incroci. Una mappa con il luogo dove può essere avvenuto l'incrocio tra Neanderthal e Sapiens. La guardi. E' proprio la Palestina. E' proprio Israele.

Poi una zanzara del Miocene. Più di cinque milioni di anni fa. Intrappolata nell'ambra. Mi chino a guardare attraverso la lente sistemata all'esterno della piccola teca. Il confine che ci separa è un piccolo vetro. Con gli occhi provo a colmare il baratro di milioni di anni che ci tiene distanti. Una delle ragazze con la maglietta rossa che presta servizio alla mostra sente un allarme e chiama una sua collega. Stanno a discutere su cosa sia. E' solo un attimo, poi le loro chiacchiere si disperdono nell'aria e torna il silenzio. Resta la zanzara nell'ambra. Portata fin qui, dal vento del tempo. Continuo a guardare. Ostinato e silente, come l'antropologo Claude Lévi-Strauss, “per afferrare quello che essa fu e continua a essere, al di qua del pensiero e al di là della società”.

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)

Commenti

  1. Scritto da adele 3 marzo 2012 alle 14:39

    lucy esiste

Scrivi un commento

Anteprima del commento